TRIPPLUS_L'ELEFANTE_DI_UN_PAPA LEONE

C’è una data, apparentemente insignificante, che ha in realtà inciso inconsciamente sulla storia della Città Eterna: 12 marzo 1514. Quel giorno approdò a Roma una spedizione di 140 uomini, carica di un notevole tesoro: tessuti, broccati, oggetti in oro e gioielli ma anche animali esotici bizzarri, tra cui scimmie, pappagalli, leopardi, un cavallo persiano e persino un elefante albino di quattro anni, addomesticato, originario dell'isola di Ceylon (oggi Repubblica Democratica Socialista dello Sri Lanka).

Si trattava del munifico omaggio dell’allora re del Portogallo, Dom Manuel I d'Aviz, detto l'Avventuroso o il Fortunato (1469–1521), al cardinale Giovanni di Lorenzo de’ Medici, secondogenito, come si intuisce, del signore di Firenze nonché mecenate e scrittore Lorenzo di Piero de' Medici, detto Lorenzo il Magnifico, e della nobildonna Clarice Orsini, quando salì al soglio pontificio, assumendo il nome di Leone X (1513-1521). In questo modo il sovrano lusitano dichiarò esplicitamente rispetto e sottomissione all’autorità della Chiesa, con il chiaro intento di ottenerne l’appoggio politico: dopo la scoperta dell’America il Portogallo, infatti, data l’importanza per l’economia di allora del mercato delle spezie, mirava al controllo della via dell’Oriente da dove passavano i traffici e, per ottenerlo, necessitava di un ampio consenso politico per lo scopo. I mamelucchi egiziani e i turchi avevano lo stesso obiettivo ed erano arrivati al punto di voler dissuadere la Chiesa a tollerare le manovre portoghesi con la minaccia di radere al suolo le zone cristiane di Gerusalemme.

Si diceva che il re del Portogallo avesse ricevuto questi animali in regalo dal re di Kochi (precedentemente nota come Cochin, base militare portoghese e centro nevralgico del commercio delle spezie, nello Stato federale indiano del Kerala). Secondo altre fonti, ordinò invece all’esploratore e ammiraglio di marina portoghese Afonso de Albuquerque (1453–1515), suo viceré in India, di prenderli con la forza. In ogni caso il pachiderma fu scelto per la sua originalità e subito inviato a stupire la corte del Papa.

La spedizione diretta a Roma salpò da Lisbona e persino il re di Francia Francesco I d'Orléans (1492-1547) volle personalmente ammirare questa fauna sconosciuta quando, dopo aver toccato Alicante e Maiorca, approdò a Marsiglia. La spedizione riuscì ad attraccare a Porto Ercole a inizio marzo 1514. Alla bizzarra ambasceria, composta da settanta animali e quarantatré persone e guidata dal navigatore lusitano Tristão da Cunha (1460–1540 circa), in ogni villaggio si univano paesani e curiosi, meravigliati dall’aspetto degli animali esotici e, in particolare, dall’elefante. I notabili locali chiedevano, dichiarando di essere disposti a pagare, di passare per le loro tenute. Il corteo fu costretto a dormire in una piazza per proteggere il pachiderma perché la stalla, visto l’interesse suscitato, non sarebbe stata sicura.

Quando arrivò a Roma, fu il trionfo: l’elefante fece il suo solenne ingresso attraverso Porta del Popolo e passò festosamente, tra due ali di folla entusiasta, per strade e vicoli. Le cronache del tempo descrivono l’arrivo sconvolgente di questo animale esotico, che per l’epoca era ritenuto quasi mitologico. Il ricevimento avvenne il 20 marzo a Castel Sant’Angelo. L’elefante bianco sfilò davanti a tutti sfoggiando una gualdrappa rossa con ricami dorati. Sul dorso portava un palanchino d’argento, a forma di castello, contenente un cofano ricolmo di doni per la corte papale, tra cui paramenti ricamati in perle e pietre preziose, e monete d’oro. Lo accompagnavano il suo istruttore indiano e un guardiano saraceno. L’animale si fermo davanti al trono papale, emise un barrito e, al cenno del suo addestratore, si inchinò tre volte in segno di omaggio e con la sua proboscide prima strofinò le pantofole del pontefice e poi aspirò dell’acqua da un secchio, spruzzandola inaspettatamente addosso a tutti, papa compreso, come cenno di saluto verso i suoi nuovi padroni. Fu una sorta di “benedizione”. Leone X era felice: si affezionò subito al simpatico quadrupede e decise di chiamarlo “Annone”, come alcuni generali cartaginesi, alcuni dei quali, ai tempi della Seconda Guerra Punica (218-202 a.C.), varcarono le Alpi in sella a ventun elefanti o forse perché in lingua indiana l'elefante è denominato “ann”. I giochi cui era stato ammaestrato incantarono non solo la corte papale, di cui divenne un’autentica "mascotte", ma tutti i romani: Annone era il beniamino di un’intera città.

Il pontefice decise anche che una celebrità di quella caratura dovesse avere una giusta collocazione e quindi fece sistemare una confortevole stalla presso il cortile del Belvedere. Venne poi trasferito in un apposito edificio vicino a Borgo Sant'Angelo, il cui tratto più vicino alla basilica di San Pietro, come ricordava anche la toponomastica, si chiamava infatti via dell’Elefante. Leone X stanziò persino una somma del bilancio statale pari a cento ducati l’anno per il suo mantenimento. Annone fu dato in custodia al protonotario Giovanni Battista Branconio dell'Aquila (1473-1522), orafo aquilano che in gioventù era riuscito a entrare nella corte papale e a scalare le gerarchie del Vaticano, fino a diventare cortigiano. Il salto di qualità avvenne con l’elezione di Leone X, per la quale aveva lavorato senza sosta, tessendo alleanze e accordi. Venne ricompensato dal papa mediceo con varie commende, incarichi e il prestigioso titolo di “cameriere segreto”. Oltre a lui, però, la custodia di Annone era riservata ai “favoriti” del pontefice, tra cui Raffaello Sanzio (1483-1520), al quale Leone X chiese di immortalare il "suo" cucciolo, dopo la morte, con un dipinto che purtroppo è andato perso. Il poeta Pietro Aretino (1492-1546) ne fece anche argomento della commedia satirica da lui scritta ed intitolata “Le ultime volontà e testamento di Annone, l’elefante”, in cui raccontava i vizi della gerarchia vaticana, dei cardinali e dei nobili, senza risparmiare neppure lo stesso papa.

Ai tempi di Leone X, grande protettore dei poeti e dei letterati, viveva a Roma il poeta Gaetano Baraballo, detto l’abate di Gaeta, di cui si sa tuttora molto poco. Era di certo una persona stravagante e molto presuntuosa che si reputava superiore persino al grande poeta aretino Francesco Petrarca (1304-1374) nell’arte poetica. I suoi modi buffi divertivano molto il pontefice che era molto spiritoso e decise di organizzare uno scherzo crudele nei confronti dello scrittore. All’ epoca c’era infatti l’usanza di incoronare i grandi poeti in Campidoglio, come fu, appunto, per il grande Petrarca. Il povero Baraballo credeva di meritarsi l’incoronazione d’alloro ed era felicissimo. La data prescelta fu il 26 settembre 1514, giorno in cui la Chiesa festeggia i Santi Medici Cosma e Damiano, protettori della categoria e anche della famiglia del pontefice. Per il grande evento il vecchio abate indossò la toga e tutti gli ornamenti per la celebrazione. La funzione partiva dal palazzo Vaticano, dove Leone X osservava la scena da una finestra. Baraballo salì in groppa ad Annone, magnificamente inghirlandato per l’occasione. Era presente tutta la nobiltà romana, la folla e i cardinali. Tutto procedette bene fino a ponte Sant’ Angelo dove la bestia, impaurita dai gridi del popolo e dal suono dei tamburi, con uno scossone gettò a terra il poeta. Questi si fece tanto male da non poter più andare avanti fino al Campidoglio per ricevere la corona di foglie d’ insalata, bieta e cavoli. Il papa, che si divertì tantissimo nella circostanza, volle che questo scherzo avesse imperitura memoria. Fece così intagliare la scena nell’anta di una porta lignea dell’appartamento da lui abitato in Vaticano, fra la Stanza della Segnatura e la Stanza di Eliodoro, dove tuttora si può ammirare. L’opera, realizzata su disegno dello stesso Raffaello, è di un eccellente intagliatore, il frate benedettino olivetano Giovanni da Verona (1457–1525), il più grande ebanista dell’epoca o, secondo un’altra versione, del senese Giovanni Barili o Barile (1465-1529), anch’egli valente intagliatore ed ebanista, che fu uno dei più stretti collaboratori dello stesso Raffaello.

Il soggiorno romano di Annone però durò poco. Nell’estate del 1516 l’elefante bianco si ammalò di un’acuta forma di angina, ma nessuno dei migliori dottori e speziali dell’epoca, chiamati a corte, fu purtroppo in grado di guarirlo: tentarono di curarlo con un preparato a base d’oro, che con ogni probabilità fu più letale della malattia stessa. Il 16 giugno morì, stroncato dal clima umido della città. Si racconta che papa Leone X, durante la malattia, restò accanto al suo “amico” giorno e notte. Annone fu sepolto negli Horti Vaticani e rimase per sempre nella memoria e nell’immaginario dei romani. Giovanni Nani (Nanni), o Giovanni de' Ricamatori, meglio conosciuto come Giovanni da Udine (1487–1561), uno dei più dotati allievi di Raffaello, lo ricordò nella cosiddetta Fontana dell’Elefante, sistemata in una nicchia situata nel Giardino Pensile di Villa Madama, la residenza suburbana, sulle pendici di Monte Mario, voluta nel 1518 da Giulio de’ Medici, cugino di papa Leone X e futuro papa Clemente VII (1523-1534), quando era ancora solo cardinale (ora sede di rappresentanza dalla Presidenza del Consiglio dei ministri e dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e pertanto non accessibile al pubblico). Lo stesso pittore e architetto friulano riprodusse inoltre Annone in uno stucco delle Logge Vaticane e persino nel fregio del portico di Palazzo Baldassini, situato a Roma in via delle Coppelle 35. Sembra che inoltre l’enorme testa a forma di elefante che si può ammirare nel Parco dei Mostri, denominato anche Sacro Bosco o Villa delle Meraviglie che sorge nel borgo di Bomarzo, nel viterbese, sia un altro ritratto di Annone.

Per consolare il papa dopo la perdita dell’amatissimo elefante re Manuel I inviò allora un’altra nave che trasportava stavolta un rinoceronte indiano, chiamato Ulisse, giunto a Lisbona a inizio maggio 1515: il carico fece però naufragio nell’estate 1516 a Porto Venere nel Golfo della Spezia (noto anche come Golfo dei Poeti) a causa di una violentissima tempesta. Il rinoceronte, che prima dell'imbarco era stato incatenato per esser tenuto sotto controllo, non era in grado di nuotare: annegò infatti tra i flutti e pertanto non giunse mai nella Città Eterna ma, grazie al pittore e incisore tedesco Albrecht Dürer (1471-1528), ne possiamo apprezzare le fattezze. L’artista, infatti, dopo aver ricevuto a Norimberga, dove viveva,  un’accuratissima descrizione del rinoceronte e, senza averlo mai visto, lo raffigurò in una incisione su legno (xilografia) destinata a divenire famosa e tuttora conservata al British Museum di Londra.

Di Annone però non si sono perse completamente le tracce: in un pomeriggio del 1962, al tempo del pontificato di San Giovanni XXIII Roncalli (1958-1963), durante gli scavi per alcuni lavori di ammodernamento delle caldaie in Vaticano, alcuni operai ritrovarono un osso di animale. Era un dente enorme. Accanto c’erano quattro frammenti di una mascella. Si pensò, all’epoca era di moda, di aver trovato un dinosauro ma la realtà era ben diversa: i resti non erano fossilizzati, e fu sufficiente un esame veloce per stabilire che si trattava di un animale più recente e, nello specifico, di un elefante. Le ossa vennero messe da parte, tutti si dimenticarono dello strano ritrovamento e, per quasi trent’anni, come avesse fatto un pachiderma a finire sepolto in Vaticano rimase un mistero. Si dovette aspettare la fine degli anni ’80, quando il professor Silvio Bedini (1917-2007), statunitense, a dispetto del nome, docente presso lo Smithsonian Institute di New York, decise di esplorare i cunicoli dei sotterranei del Vaticano. Vedere il luogo del ritrovamento dell’elefante scatenò la sua curiosità: cominciò subito le ricerche e nel 1997 pubblicò il libro intitolato The Pope's Elephant: An Elephant's Journey from Deep in India to the Heart of Rome (“L'elefante del papa: il viaggio di un elefante dal profondo dell'India al cuore di Roma”) in cui risolveva il mistero: il mastodontico mammifero seppellito sotto al Vaticano era proprio il celebre Annone.

La fama e il ricordo dell’elefante del papa sembra che però sopravviva soprattutto in un noto modo di dire. Secondo una delle ipotesi più accreditate, l’espressione “fare il portoghese” deriverebbe dal fatto che, quando arrivò a Roma la così munifica delegazione lusitana, Leone X decise, per ricambiare tanta generosità, di pagare agli ospiti ogni loro spesa. Qualche romano furbacchione, però, venendo a conoscenza di questo privilegio, cominciò a spacciarsi per portoghese e così, quando il papa si trovò a pagare i conti, fu troppo tardi e, tra le fila del popolo, si diffuse con ilarità questo modo di dire.