TRIPPLUS_DON KAROL A GARBATELLA

«Il giovane sacerdote Karol Wojtyla, studente a Roma, in questa chiesa parrocchiale negli anni 1947-48 fu solerte amministratore della misericordia di Dio» Recita così l’epigrafe incisa nel basamento di una statua bronzea raffigurante don Karol Józef Wojtyła , futuro papa San Giovanni Paolo II, collocata in una nicchia della navata destra della chiesa parrocchiale romana di San Francesco Saverio alla Garbatella. Nella Città Eterna, quando si pensa all’effigie del grande pontefice polacco, di cui oggi ricorre il centenario della nascita, viene subito in mente la sua monumentale statua (alta circa 7 metri), intitolata “Conversazioni” e tuttora collocata davanti alla Stazione Termini, oggi a lui dedicata: venne inaugurata sempre il 18 maggio ma nove anni fa, in occasione della sua beatificazione (1 maggio 2011).

Come mai troviamo nella parrocchia romana dedicata al santo gesuita Francesco Saverio, nel 1927 proclamato Patrono delle missioni, un’altra scultura che immortala il futuro primo pontefice slavo della storia, realizzata peraltro in appena otto mesi dall’artista sloveno Mirko Bratuša e inaugurata nel 2008? Come recita l’epigrafe il volto di don Karol è giovanile e il sacerdote è ritratto non come pontefice ma nel ruolo di confessore, indossando una stola sulle spalle nell’atto di dare l’assoluzione. Negli anni ’47-48, infatti, il giovane prete polacco (ordinato a Cracovia nel 1946, il 1° novembre, Solennità di Ognissanti) mentre studiava a Roma, presso l’Angelicum, per conseguire la licenza in teologia, svolgeva quasi ogni domenica il servizio di collaboratore pastorale, amministrando il sacramento della confessione, presso la suddetta parrocchia. Questa comunità gli era pertanto particolarmente cara e per questo motivo, divenuto Vescovo di Roma, la scelse per la prima visita pastorale compiuta in una parrocchia della sua diocesi, avvenuta domenica 3 dicembre 1978, appena un mese e mezzo dopo l’elezione al soglio pontificio.

Il carisma del confessore caratterizzò quindi subito il ministero del futuro papa, il cui pontificato fu contrassegnato da due grandi atti di perdono. Il primo fu quello accordato dal Santo Padre al suo attentatore, il terrorista turco Mehmet Ali Ağca, che egli volle personalmente incontrare in carcere il 27 dicembre 1983 e che ne venne talmente impressionato da far visita, trentun anni dopo in quello stesso giorno, alla tomba del papa, ormai defunto, deponendo persino un mazzo di fiori. Il secondo fu invece pubblicamente chiesto da San Giovanni Paolo II, a nome di tutta la Chiesa, per tutte le colpe commesse nel passato, nella prima domenica di Quaresima del Grande Giubileo 2000, il 12 marzo, ribattezzata la “Giornata del perdono”. In quell’occasione il grande pontefice fece esporre nella Basilica Vaticana e baciò il miracoloso Crocifisso ligneo conservato nella chiesa di San Marcello al Corso, lo stesso che anche papa Francesco ha venerato e baciato recentemente per impetrare la protezione dalla pandemia di questi tempi. Questo pontefice che estese a tutta la Chiesa il culto della “Divina Misericordia”, compì inoltre un altro significativo atto di clemenza, affermando nel 1998 che la Chiesa aveva compiuto un errore nel condannare Galileo Galilei: cancellando così la “condanna al silenzio” inflitta nel lontano 1633 allo scienziato pisano, costretto all’abiura per le sue rivoluzionarie teorie scientifiche.

Non lontano da Roma in realtà esiste un luogo dove, a distanza di pochi metri, è possibile ammirare non solo una ma ben due statue bronzee che ritraggono il santo pontefice: è il Santuario della Madonna delle Grazie della Mentorella, situato su uno sperone roccioso nei Monti Prenestini nei pressi di Guadagnolo (Comune di Capranica Prenestina). Nei giorni precedenti il conclave che lo ha eletto come successore di San Pietro, il cardinal Wojtyła si trovava in ritiro spirituale proprio in questo luogo che lui, appassionato della montagna e delle escursioni sui suoi amatissimi monti Tatra, prediligeva in modo particolare e che fu il primo che visitò il 20 ottobre 1978, pochi giorni dopo l’elezione, come atto filiale di ringraziamento nei confronti della Vergine. Oggi a lui stesso è intitolato il sentiero, che si dipana, in prossimità del borgo di Pisoniano, verso lo stesso santuario, affidato ai Padri Resurrezionisti polacchi, e che il pontefice diverse volte percorse a piedi. Sicuramente non c’è dubbio che il papa divenuto santo era attratto anche da questo luogo perché vi respirava aura di santità: qui infatti, secondo la tradizione agiografica, avvenne la conversione di Sant’Eustachio e, in una grotta adiacente al monastero, San Benedetto da Norcia visse in eremitaggio per due anni. Una santità che ha caratterizzato la sua vita preservandola già prima della nascita: è venuto al mondo, infatti, grazie all’esemplarità umana e cristiana dei suoi genitori, Karol Wojtyła senior (1879–1941), ufficiale dell’esercito asburgico che combatté anche in Italia durante la Prima Guerra Mondiale, ed Emilia Kaczorowska (1884–1929), che portarono miracolosamente avanti la gravidanza del loro “Lolek”, visto che il rischio di aborto era elevato. Per i due lo scorso 7 maggio è stata aperta la causa di beatificazione e canonizzazione a Wadowice, il luogo dove questa straordinaria esistenza ha avuto inizio un secolo fa.