TRIPPLUS_I SACRI PANNI DI GESU' BAMBINO_foto

Le reliquie di Gesù più venerate sono senza dubbio quella della Passione ma nel mondo cristiano sono conservati anche oggetti sacri che ricordano l’Infanzia di Cristo. Tra questi forse il più controverso è il “Santo Prepuzio” ma esisterebbero anche le assi della sua culla, la paglia della mangiatoia, e parti della stalla, che in realtà era una grotta, di cui esistono molti frammenti in diverse chiese. Esisterebbero inoltre persino i panni di tela che avvolsero Gesù Bambino nella mangiatoia di Betlemme, rintracciabili in diversi luoghi, sebbene, nella maggior parte dei casi, non si sa in che modo vi siano pervenuti.

Secondo la tradizione nell’800 d.C. Carlo Magno avrebbe ricevuto in dono da Gerusalemme alcune reliquie, tra cui le “Sacre Fasce”, che, secondo la leggenda, furono ricavate dai calzettoni di San Giuseppe, e le avrebbe conservate all’interno della Cattedrale imperiale di Santa Maria (Marienkaiserdom) ad Aquisgrana (Aachen), in Germania. Dal 1349 tutti questi sacri reperti vengono rimossi e mostrati ai fedeli europei e di tutto il mondo ogni sette anni per dieci giorni.

Sarebbero attestati, però, altri “esemplari” di questa reliquia, tra cui il Santo Pañal (“Santo Pannolino”), considerato “miracoloso”: curava infatti le infermità se si applicava sulla testa ed era inoltre immune al fuoco. Questo sacro oggetto era conservato nella città catalana di Lleida (Lérida), in Spagna. Secondo la leggenda, vi arrivò per mano di Arnau Solsona, un mercante leridano che fu imprigionato a Maiorca insieme alla moglie Elisenda e alla loro figlia Guillamona durante un'incursione che il re di Tunisi fece nell'isola delle Baleari. I tre furono deportati in Tunisia, dove Guillamona sposò il figlio del sovrano africano e così scoprì questa preziosa reliquia tra i tesori del palazzo reale. Di nascosto lo rubò e lo consegnò a sua madre, la quale, una volta tornata a Lleida, poco prima di morire, confessò al marito di possedere un oggetto così prezioso. Arnau Solsona donò il Santo Pannolino (in catalano conosciuto come Sant Drap o Sant Bolquer) alla vecchia Catedral de Santa Maria o de la Seu Vella nel 1297, poco prima di morire. Sopravvissuta a molte disgrazie e avversità, se ne perse traccia purtroppo, per sempre, durante la Guerra Civile spagnola (1936-1939). Tuttavia, oggi ne rimangono alcuni fili a Barcellona e ad Escalona del Prado (Segovia).

In ogni caso anche in Italia si conservano esemplari di questa reliquia: nella città umbra di Spoleto e precisamente nel Museo Diocesano presso il Duomo, è custodita una striscia di lino povero di 20 x 25 cm. Ritornò alla luce alla fine del secolo scorso, come attesta peraltro il quotidiano “Il Tempo” in data 22 dicembre 1996 e, da allora, si espone annualmente la notte di Natale nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, dove fu rinvenuto in uno dei tanti credenzoni dell’antica sacrestia, dimenticato da oltre trent’anni. Oggi si trova all’interno di un prezioso reliquiario in argento, fatto realizzare nel 1670 dall’allora Arcivescovo di Spoleto, il cardinale bolognese Cesare Facchinetti, pronipote di papa Innocenzo IX. Il primo attestato di autenticità risale al 1175, durante il pontificato di Alessandro III.

Diversi frammenti di questa reliquia sarebbero rintracciabili tuttora anche a Roma, in vari luoghi di culto. Nella Basilica di Santa Maria Maggiore, nota anche come “Sancta Maria ad Praesepe” sono, ad esempio, conservati, oltre alle assi della Sacra Culla (“cunabulum”), anche altri presunti oggetti che proverrebbero dalla grotta di Betlemme, tra cui il cosiddetto “panniculum”. Si tratta di un piccolo pezzo di stoffa, di circa 20 x 15 cm e dunque grande quanto una mano. Agli inizi del secolo V le imperatrici Eudossia e Pulcheria ottennero infatti dal patriarca di Gerusalemme alcune fasce di Gesù Bambino e sarebbe verosimile che alcune di queste arrivassero a Roma insieme ai frammenti della mangiatoia su cui venne adagiato. Sembra che, in seguito, questo venerabile oggetto venne dimenticato ma riapparve improvvisamente nel 2007, anno in cui la celebrazione eucaristica della Vigilia del Santo Natale ebbe avvio con una processione in cui venne solennemente esposto alla pubblica venerazione, come attestarono molti quotidiani romani il 28 dicembre dello stesso anno. Oggi è custodito in una teca donata da Pio IX.

Nella Città Eterna sarebbe stato persino edificato un luogo di culto per preservare i frammenti dei Sacri Panni che avrebbero ricoperto Gesù Bambino: si trova in piazza Pasquino, nel rione Parione, a pochi passi da piazza Navona. Sull’architrave vi è tuttora incisa l’iscrizione dedicatoria: “DEO IESU INFANTI SACRUM. L’edificio risale al 1695, quando il pontefice Innocenzo XII (1691-1700), con un breve pontificio, elevò la Compagnia della Natività di Nostro Signore Gesù Cristo, detta in seguito “degli Agonizzanti”, ad Arciconfraternita e le concesse la licenza di costruire un oratorio per riunirsi. Gli adepti, che erano probabilmente in possesso di un frammento di questa reliquia, presero la consuetudine di pregare in particolare per gli agonizzanti e per i condannati a morte. Nella piccola chiesa, veniva esposto inoltre il Santissimo Sacramento nell’imminenza dell’esecuzione di una pena capitale. Quanti facevano visita al condannato, se confessati e comunicati, godevano dell’indulgenza plenaria per sé e per il reo. Nel corso dei secoli la chiesa ha subito vari restauri, di cui l’ultimo risale al 1862, ad opera dell’architetto romano Andrea Busiri Vici, come ricorda un’iscrizione in facciata. Oggi si presenta a navata unica, con volta a botte e due altari su ogni lato. Esternamente quattro paraste suddividono la facciata a capanna in tre ordini verticali. Al centro si apre il portale neorinascimentale, sormontato dalla scritta “GLORIA IN EXCELSIS DEO”.

La chiesa della Natività di Gesù è attualmente la cappellania dove si riunisce la comunità cattolica di Roma proveniente dallo stato centroafricano della Repubblica Democratica del Congo o ex Congo Belga (Zaire dal 1971 al 1997). Ogni domenica, alle ore 11, vi si svolge una coinvolgente celebrazione eucaristica in rito congolese e in lingua francese, lingala (parlata locale) e italiana. Una piccola processione di fedeli dal portone si dirige verso l’unica navata in un tripudio gioioso di musica e canti, eseguiti da un animatissimo coro, si battono le mani e si danza. Si tratta, senza dubbio, di una singolare esperienza del sacro ma soprattutto di uno straordinario e singolare inno alla Vita, che ogni anno si rinnova con la celebrazione del Santo Natale.