TRIPPLUS_LA FESTA DI PASQUINO

Agli inizi del Cinquecento il rione Parione, compreso oggi tra piazza Navona, Corso Vittorio Emanuele e Campo de’ Fiori, era il vero centro di Roma tanto da vantare il maggior numero di abitanti dell’intera città. Notabili esponenti di diverse famiglie patrizie vi stabilirono la loro dimora. Tra questi il cardinale napoletano Oliviero Carafa (1430–1511), nato a Torre del Greco, grande cultore delle arti e mecenate. Nel 1487 questo porporato commissionò al giovane pittore Filippino Lippi (1457–1504), figlio omonimo del maestro fiorentino Filippo di Tommaso Lippi (1406–1469), la sua prima opera romana: la decorazione della propria cappella funeraria nella basilica di Santa Maria sopra Minerva. Nel 1497 il suddetto cardinale affidò invece allo scultore e architetto comasco Tommaso Malvito o Malvico (seconda metà del XV secolo–ca 1508) anche il progetto della Cappella del Succorpo di San Gennaro per accogliere le reliquie del santo patrono di Napoli, che aveva provveduto a far tornare dal Santuario di Montevergine. Sul finire del XV secolo il cardinal Carafa acquistò inoltre il fondo ed eresse i primi edifici che divennero in seguito il palazzo del Quirinale e, infine, fece realizzare, tra il 1500 e il 1504, il famoso chiostro annesso alla chiesa romana di Santa Maria della Pace, affidandone il progetto all’architetto più ricercato all’epoca a Roma, Donato "Donnino" di Angelo di Pascuccio, detto il Bramante (1444-1514), marchigiano di Fermignano, borgo a pochi chilometri da Urbino. A questi, sempre in quegli anni, affidò anche il restauro e il rinnovamento di un palazzo nei pressi di piazza Navona che aveva acquistato dagli Orsini e nel quale volle stabilirsi. Fu allora che, durante gli scavi alle fondamenta di questo edificio, sul lato di via di Parione, emerse un torso marmoreo mutilo che venne in origine soprannominato il “Torso di Parione”. Informato del ritrovamento il cardinale Carafa fece collocare la statua su un piedistallo di travertino, addossato al muro del suo palazzo che guardava verso la piazzetta di Parione e sul quale il porporato fece apporre il suo stemma e un’iscrizione in latino: “Oliverii Carafae beneficio hic sum. Anno salutis MDI” (“Qui fui posto per benevola cura di Oliviero Carafa nell’anno del Signore 1501”). La statua, o per meglio dire, quanto ne rimaneva, appena dissotterrata, fece già parlare di sé.

Gli studiosi e gli eruditi diedero vita ad un’accesa diatriba sull’identità e la paternità di questo tronco informe, senza braccia e gambe, con mento e naso reciso, affiancato da un altro frammento, scolpito nel medesimo blocco di marmo a formare un tutto unico. Un brandello di veste adagiata sopra una spalla e l’elsa di una spada hanno dato vita ad una serie di ipotesi sulla scena raffigurata. Secondo quella più accreditata, supportata anche da Michelangelo e Bernini, che attribuirono un notevole valore artistico a questa scultura, ma formulata solo nel XVIII secolo dall'archeologo, museologo e collezionista d’arte romano Ennio Quirino Visconti (1751–1818), si tratterebbe del mitico eroe greco Menelao, re di Sparta, fratello minore di Agamennone e marito di Elena, che sorregge e trascina fuori dalla mischia il corpo di Patroclo, ferito a morte dall’eroe troiano Ettore, figlio primogenito di re di Troia Priamo. Potrebbe però anche trattarsi di un altro eroe greco, l’unico mai aiutato dagli dèi, Aiace, figlio del re Telamonio, che sottrae il corpo del cugino Achille, ucciso dal troiano Paride. Probabilmente si tratta di una copia romana da un originale bronzeo realizzato tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C. e dunque in piena età ellenistica: alcuni lo attribuiscono allo scultore Antigono, nato nel 295 a.C. nella città di Caristo (Grecia centrale), ma attivo ad Atene e poi presso la scuola di Pergamo, in Asia Minore. Questo soggetto iconografico di carattere mitologico risultò essere molto diffuso nella statuaria antica. Nella Sala dei Busti, oggi sezione del Museo Pio-Clementino, la prima collezione vaticana aperta al pubblico, ricavata all’interno del loggiato, in origine scoperto, del medievale palazzetto del Belvedere, è possibile ammirare i frammenti di due copie romane, di età adrianea (circa 117-138 d.C.) che richiamano la scultura in questione, ritrovati nel 1769 a Tivoli durante gli scavi presso Villa Adriana, la sontuosa residenza extraurbana eretta dall'imperatore Adriano (117-138 d.C.).

Questo torso è oggi noto con il bizzarro soprannome di “Pasquino”: un appellativo di per sé già un po’ burlesco, le cui ipotesi etimologiche più accreditate sono sostanzialmente tre. La prima è attribuita allo scrittore e poeta Gerolamo Folengo (1491-1544), più conosciuto come Teofilo Folengo o con lo pseudonimo di Merlin Cocai, mantovano di nascita, tra i principali esponenti della poesia maccheronica: nel libro XXIII del suo poema Baldus fa riferimento a un’osteria tenuta da un certo mastro Pasquino in Parione. La seconda è narrata dal poeta ferrarese Antonio Tebaldi, detto il Tebaldeo (1462-1537), amico di Raffaello Sanzio, che lo raffigurò nel celebre affresco del Parnaso nella Stanza della Segnatura nel Palazzo Apostolico in Vaticano, ma è riferita in un trattato del 1506 scritto dal modenese Lodovico Castelvetro (1505-1571), filologo e critico letterario, considerato il massimo rappresentante dell'aristotelismo letterario cinquecentesco: in questo caso Pasquino sarebbe un sarto dalla lingua lunga e affilata. La terza ipotesi invece è riferita dallo scrittore e umanista piemontese Celio Secondo Curione (1503–1569), curatore di una raccolta di epigrammi, secondo cui la bottega del barbiere Pasquino divenne un salotto di accese conversazioni, alimentate dalla sottile arguzia del proprietario. Esiste però una quarta ipotesi, forse la più autorevole, in quanto attestata già nel 1509 e riportata dall’editore, tipografo e libraio bergamasco Giacomo Mazzocchi, attivo dal 1505 a Roma, dove scomparve nel 1527, secondo il quale Pasquino andrebbe identificato con un "literator seu magister ludi", un insegnante, che abitava di fronte, docente presso il vicino Archiginnasio della Sapienza. Il ritrovamento dell’opera stimolò probabilmente la fantasia dei ragazzi che, notando delle somiglianze fisiche con un loro professore, le affibbiarono beffardamente il nome con cui ancora oggi è nota: sarebbero stati questi stessi studenti a lasciare, per goliardia, i primi fogli satirici sotto la statua.

Questa usanza divenne un’autentica ricorrenza che si affiancò, per la prima volta, il 25 aprile 1508, alla processione in onore di San Marco Evangelista, organizzata dai canonici di San Lorenzo in Damaso, parrocchia situata nel Rione Parione, e che comprendeva un certamen letterario, con tanto di declamazione di versi, componimenti poetici ed epigrammi scritti in latino dagli ecclesiastici e letti, poi, pubblicamente da docenti e studenti: questi epigrammi, essendo appunto di natura “ecclesiastica”, erano scritti per esaltare il potere pontificio, motivo per cui la festa era molto ben vista presso la corte papale. I componimenti venivano appesi poi sotto la statua, addobbata per l’occasione, in base ad un “tema” variabile di anno in anno, con maschere mitologiche, raffiguranti un personaggio del mondo antico, sebbene si trattasse in realtà di esercitazioni accademiche piuttosto di basso livello. A questo rito sovrintendeva un “protettore”, che poteva essere un cardinale o un “segretario” di nomina papale, con la funzione di esaminare e approvare tali epigrammi, per permetterne poi la pubblicazione. A poco a poco la festa del 25 Aprile assunse in seguito una connotazione più profana. Lo stesso cardinale Carafa fu il primo protettore e promotore della manifestazione ma, essendo molto occupato per le mansioni che la sua carica comportava, ne affidò la gestione e l’organizzazione ad un suo collaboratore, tal Donato Poli, anche lui un docente, per la precisione un insegnante di retorica, che fu così il primo di una lunga serie a fregiarsi del titolo di “secretarius Pasquilli” (segretario di Pasquino). Il Poli, fiorentino di nascita, era gobbo e forse richiamava fisicamente la stessa postura del Pasquino, ma fece purtroppo una brutta fine perché venne assassinato da un servo che lo riteneva molto ricco: da questo tragico episodio nacque la leggenda secondo cui Pasquino portava “jella” a tutti i suoi protettori e segretari. Un altro 25 aprile, nell’anno 1511, fu però molto triste per il “Torso di Parione”: in questa data, infatti, il suo primo protettore, il cardinal Carafa, morì improvvisamente e, in quell’occasione, Pasquino fu rivestito di drappi neri e oro che ne ricoprivano anche il capo e il suo volto bianco marmoreo fu solcato da lacrime.

Nel 1513 salì al soglio pontificio il cardinale Giovanni de’ Medici (1475-1521), figlio secondogenito di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze, che assunse il nome papale di Leone X: con lui, grande mecenate delle arti e anche persona dal carattere goliardico con una grande passione per la musica, le feste, i balli, i canti, le cene e le commedie si scongiurò così che la festa del 25 Aprile venisse soppressa e questa imperdibile ricorrenza continuò puntualmente ad essere festeggiata. Alle pure esercitazioni “accademiche” degli studenti si affiancarono però nel corso dell’anno sonetti satirici che mettevano alla berlina lo stesso papa e la sua corte, con l’accusa, in particolare, di gravare inevitabilmente sull’erario pontificio, a causa delle eccessive spese.

Tali sonetti, affissi anch’essi per consuetudine, sul basamento della statua, iniziarono a circolare a Roma con il nome di “pasquinate”, e raggiunsero il momento più significativo, quando, alla morte del suddetto papa mediceo fu nominato “segretario di Pasquino” messer Pietro l’Aretino (1492-1556), poeta, scrittore e drammaturgo toscano, il quale, trasferitosi nel 1517 a Roma, si mise al servizio del cardinale Giulio Zanobi (1478-1534), figlio del fratello di Lorenzo il Magnifico, Giuliano de’ Medici, e dunque cugino di papa Leone X e futuro pontefice due anni dopo con il nome di Clemente VII. Questo terribile cortigiano, in occasione del conclave del 1522, mise in atto un’autentica “campagna elettorale”. Per favorire l’elezione al soglio pontificio del suo suddetto protettore mediceo, l’Aretino ricorse, senza successo, ad un uso smodato di sonetti anonimi messi in bocca al Pasquino svelando tutti gli intrighi e le vicende dell’animata votazione e le relative scommesse sui vari cardinali. I travestimenti del 25 aprile videro dunque alterne fortune fino al drammatico Sacco di Roma del maggio 1527, voluto dall’imperatore Carlo V che in pratica diede il colpo di grazia alla manifestazione accademica che aveva dato voce al primo Pasquino e alla sua annuale ricorrenza festiva. Grazie all’Aretino venne sancito il definitivo passaggio dal Pasquino “accademico” a quello “satirico”: gli epigrammi, scritti sia in latino che in un linguaggio popolaresco, imbevuto di un umorismo e una schiettezza tipicamente romani, dopo i primi casi, essendo la famigerata statua tenuta d’occhio dalle guardie papali, furono affissi anche sotto altre statue, definite per questo anch’esse “parlanti”, che formarono il cosiddetto “Congresso degli Arguti” (Marforio, il Babuino, l’Abate Luigi, il Facchino e Madama Lucrezia). La “voce” del popolo romano iniziò puntualmente ad incarnare, per diversi secoli e sino alla caduta del potere temporale del papato nel 1870, l’opposizione e la protesta politica che si scagliò non solo contro il principi della Chiesa ma che non risparmiò altri potenti del passato, come Napoleone Bonaparte: nel 1797 Pasquino tuonò contro il Trattato di Tolentino che il generale corso impose all’allora papa Pio VI (1775-1799), costringendolo a cedere un centinaio di capolavori artistici, provenienti dalle Gallerie Pontificie, tra cui spiccano il gruppo del Laocoonte, l’Apollo e il Torso del Belvedere, e importanti cimeli conservati nella Biblioteca Vaticana. A proposito di queste spoliazioni di opere d’arte esclamò infatti il nostro Pasquino, in vernacolo romanesco: Per fortuna ce chiamano fratelli, /ce cavavan, si no, pur li budelli! Imputando inoltre l’esodo dei capolavori a Paolina, sorella dell’imperatore francese, e sposa del principe Camillo Filippo Ludovico Borghese (1775-1832), discendente di papa Paolo V (1605-1621), con fine sarcasmo, espresso con un verso latino in rima, Pasquino affermò anche in merito: Paulus fecit, Paolina defecit.

Oggi questo insolito personaggio, che in, tempi recenti, ha anche ispirato due lungometraggi, Nell'anno del Signore (1969) e La notte di Pasquino (2003), entrambi diretti dal regista e sceneggiatore romano Luigi Magni (1928-2013) e interpretati dall’indimenticato Nino Manfredi, è ancora ritto al suo posto a imperitura memoria della miseria e della nobiltà del popolo romano.