TRIPPLUS_LA_FONTANA_DELLA_TERRINA_foto

Chi attraversa la piazza antistante la chiesa romana di Santa Maria in Vallicella, nota come Chiesa Nuova, si imbatte in una curiosa fontana, interrata. Fu ricollocata nell’attuale posizione esattamente un secolo fa, nel 1924. Originariamente, infatti, era posizionata al centro di piazza Campo de’ Fiori, all’incirca dove oggi si erge la statua bronzea del filosofo, scrittore e predicatore nolano Filippo Bruno (1548-1600) che, quando temporaneamente vestì l’abito domenicano, assunse il più noto nome religioso di Giordano, realizzata dallo scultore romano Ettore Ferrari (1845-1929) e collocata nel punto in cui il 17 febbraio 1600 avvenne l’esecuzione sul rogo dello stesso pensatore, condannato come “eretico”.

La fontana fu commissionata all’insigne architetto e scultore ticinese Giacomo della Porta (1533-1602), tra i più dotati allievi di Michelangelo Buonarroti, da Papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), che però morì prima di vederla terminata: i lavori, iniziati nel 1581, si conclusero infatti solo nel 1595. Era formata da una grande vasca ovale collocata sotto il livello stradale a causa della scarsa pressione dell’Acqua Vergine, che la alimentava originariamente. La prima vasca ne conteneva un’altra decisamente elegante, di forma ovale, in marmo bianco, dal profilo bombato e con il bordo svasato, sui cui lati erano scolpite due maniglie ad anello e una rosa centrale. Alla fontana si accedeva attraverso due rampe di quattro gradini. Per qualche tempo fu adornata da delfini di bronzo, in realtà originariamente realizzati dal maestro Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) per la parte superiore di un’altra fonte d’acqua, anche questa progettata da Giacomo Della Porta per papa Gregorio XIII: la Fontana delle tartarughe, in piazza Mattei, a pochi metri dal Ghetto, così denominata perché ai delfini furono alla fine preferite le testuggini.

Collocata al centro di una delle piazze più famose di Roma la fontana in questione veniva spesso già utilizzata come una sorta di tinozza gigante, per lavare o “tenere in fresco” frutta, verdura, fiori e altre mercanzie o anche come ricettacolo di rifiuti in quello storico luogo che sarebbe poi diventato dalla seconda metà del XIX secolo la sede del più noto e colorito mercato romano. Il malcostume era purtroppo già imperante nei secoli scorsi: a poco servirono gli editti papali che prevedevano addirittura pene corporali per i trasgressori recidivi e così si continuò a gettare rifiuti e avanzi all'interno della fontana, che divenne in realtà una vera e propria pattumiera.

A tale situazione vi pose rimedio papa Gregorio XV Ludovisi (1621-1623), che nel 1622 fece asportare i delfini, che da allora andarono purtroppo perduti, e chiuse la vasca interna della fontana con un coperchio in travertino, a cupola. La fuoriuscita dell'acqua venne assicurata traforando il centro delle rose poste sui lati della vasca. Fu in quel momento che il popolo romano affibbiò scherzosamente alla fontana il soprannome di “Terrina” per la somiglianza con una grande “Zuppiera”. Questa fonte d’acqua ebbe anche i suoi momenti di grandissima popolarità quando, in occasione di alcune feste, dalle sue bocche sprizzava ottimo vino bianco o rosso dei Castelli in sostituzione dell’acqua. Nel 1898 finì nel deposito dei selci, a Testaccio, dove rimase per ben 35 anni, mentre a Campo de’ Fiori ne fu collocata una copia, non proprio fedelissima e, in ogni caso, senza “coperchio”.

L’amministrazione capitolina ha deciso poi di ricollocarla nella suddetta posizione attuale, creando un invaso accessibile in origine attraverso quattro piccole rampe: l’ingrandimento di quelle poste sui lati brevi si deve alla risistemazione della piazza, realizzata nel 1998. Il restauro cui è stata sottoposta nel biennio 1999-2000, in occasione di ulteriori lavori di ammodernamento per il grande Giubileo del 2000 ha evidenziato l’eterogeneità del marmo impiegato per la vasca, in parte originario ed in parte sostituito durante il riassemblaggio.

In realtà ora la fontana non è più alimentata dall’Acqua Vergine bensì da un acquedotto moderno, l’Acqua Pia Antica Marcia, attivato nel 1870 dal Beato Pio IX (1846-1878) ripristinando l'antico condotto dell’Acqua Marcia, costruito nel 144 a.C. dal pretore romano Quinto Marcio Re e distrutto nel 537 dagli Ostrogoti comandati dal loro re e generale Vitige.

Tuttora il pomello centrale della Fontana della Terrina sovrastante il coperchio reca inciso nel collarino l’iscrizione: “Ama dio e non fallire, fa del bene e lassa dire. MDCXXII”: questo motto è uno dei tanti aforismi del frate Minore Cappuccino San Crispino da Viterbo (1668–1750), al secolo Pietro Fioretti, in origine apprendista calzolaio nella bottega dello zio paterno. La frase che, sebbene consunta dopo tanto tempo, è ancora leggibile, va interpretata alla luce del fatto che si era in piena epoca controriformistica ma questa breve e significativa “perla” della saggezza popolare ci offre un consiglio sempre valido. Il fascino, unico, di Roma è anche questo: un monumento che ristora il corpo ma corrobora anche la mente.