TRIPPLUS_LA VIGILIA DI NATALE A ROMA_foto

A Roma dalle prime ore del 23 dicembre si teneva il cottìo (dal latino medioevale "coctigium"), un’asta presso il mercato del pesce, ubicato dal XII secolo fino agli inizi dell'Ottocento all’interno del Portico d'Ottavia, davanti alla chiesa di Sant'Angelo in Pescheria, che da tale commercio ittico ha preso nome e da cui, a sua volta, si intitola lo stesso rione in cui sorge. Là venivano acquistate le materie prime della cena della Vigilia, a base di pesce: un cenone di magro, come imponeva la tradizione, per adempiere al precetto dell’astinenza. L’asta si svolgeva secondo modalità tradizionali e per le contrattazioni venivano usati termini in gergo comprensibili solo ai "cottiatori" e agli acquirenti: venditori al minuto, gestori di trattorie, cuochi di nobili famiglie romane. Il mercato era infatti frequentato non solo dai popolani, ma anche dai rappresentanti dell'alta società. Si trattava di una sorta di spettacolo che andava puntualmente in scena ogni anno in prossimità della festa del Natale, molto sentita nella Città Eterna sebbene, originariamente, in tale ricorrenza avveniva un rito pagano dedicato al dio Sole: la prima celebrazione del Natale cristiano avvenne a Roma solo nel 336 e papa Liberio decise allora, nel 354, di fissarne la data come nascita di Cristo.

Dopo l'unità d'Italia fu deciso di spostare il mercato del pesce dal Portico d'Ottavia a piazza San Teodoro, sotto il colle Palatino, dove si tenne fino al 1927, quando fu trasferito ai Mercati Generali, sulla via Ostiense: nella notte tra il 23 ed il 24, intorno alla mezzanotte, si aprivano i cancelli e anche i privati cittadini avevano facoltà di accedere al mercato dove si potevano gustare, a titolo assolutamente gratuito, “cartocciate” di pesce fritto, rigorosamente fresco e di varie dimensioni, sebbene di qualità non estremamente pregiata, offerte dai grossisti. Si veniva insomma a creare una suggestiva atmosfera divenuta poi, in epoca più recente, una moda d'élite. Il più folcloristico appuntamento romano natalizio diventava allora un vero e proprio momento di festa. Questa tradizione è però purtroppo andata persa quando sono stati chiusi i vecchi Mercati Generali, trasferiti nella nuova e più idonea sede di Guidonia.

In tavola, pertanto, arrivavano minestra di pesce, capitone, anguilla fritta e baccalà con pinoli e uvetta, seguiti dagli immancabili broccoli e carciofi fritti. La cena della vigilia era infatti considerata uno dei più importanti eventi gastronomici dell'anno. Iniziava con un antipasto di olive, anguille, pescetti marinati e brodo di pesce; seguiva poi la pastasciutta al sugo di tonno, quindi il baccalà in umido con pinoli e zibibbo, accompagnato da broccoli e mele renette, fritti in pastella. Per quanto riguarda invece i dolci tipici della tradizione natalizia si può affermare che l’unico autenticamente romano e, per estensione, diffuso con alcune varianti in tutto il Lazio, sia il pangiallo o pancialle, le cui origini risalgono addirittura all'Antica Roma. Questo dolce, infatti, dal caratteristico colore giallo oro, da cui prende nome, veniva distribuito durante la festa del solstizio d'inverno per favorire il ritorno del sole. Con il passare dei secoli, il dolce ha lievemente cambiato aspetto e ricetta, ma è rimasto particolarmente popolare a Roma e dintorni, divenendo tipico delle festività natalizie. Tradizionalmente veniva realizzato tramite l'impasto di frutta secca, miele e cedro candito, sottoponendo poi il tutto a cottura e ricoprendolo da uno strato di pastella d'uovo.

Dopo la cena erano di rigore la tombola e l’immancabile "sermone", la poesiola natalizia recitata dai bambini davanti al presepe. Seguiva la Messa di mezzanotte, detta anche “dei pastori”: particolarmente solenne era quella che tuttora ha luogo nella basilica papale di Santa Maria Maggiore, tradizionalmente legata al Natale tanto da essere soprannominata “Santa Maria ad praesepem” e “Betlemme d’Occidente”, in quanto ospita alcune preziosissime reliquie della Natività e nel suo museo è tuttora conservata la più antica raffigurazione scultorea della nascita di Cristo, opera del maestro Arnolfo di Cambio e realizzata alla fine del XIII secolo. In epoca papale, al termine della celebrazione eucaristica, c’era l’usanza di offrire brodo di cappone e petti di pollo a tutti gli officianti, alla Corte pontificia, che vi si recava in gran gala, a tutto il Capitolo della basilica, ai cantori e a tutti gli invitati, in media alcune centinaia, che partecipavano alla funzione religiosa.

Auguriamoci che queste belle tradizioni, frutto della memoria non solo religiosa ma anche storica e culturale e, pertanto, forte segno di appartenenza e di condivisione sociale, non si perdano ma siano autentico auspicio di speranza di un mondo migliore che verrà.