TRIPPLUS_VINCENZO_CAMUCCINI_LA_MORTE_DI_CESARE

Il 22 febbraio 1771 nacque a Roma il pittore Vincenzo Camuccini, talvolta indicato anche come Camucini. Figlio di Giovanni Battista, commerciante di carbone appartenente ad una famiglia ligure, e di Teresa Rotti, diventerà uno dei più affermati e ricercati artisti attivi nell’ambiente romano di primo Ottocento e tra i più importanti pittori del Neoclassicismo italiano, nonostante sia vissuto in un periodo storico in cui la cultura romantica aveva già preso piede in modo preponderante all'interno del panorama artistico-letterario europeo.

Rimasto orfano in giovane età, venne educato fin da piccolo alla pittura dal fratello maggiore Pietro (1761-1833) che, avviatosi come restauratore di antichi dipinti e divenuto in seguito collezionista ed esperto d’arte, ebbe fra i clienti più illustri anche i principi Borghese. Pietro Camuccini si dedicò con impegno all'educazione umana, culturale e artistica del fratello Vincenzo, riconoscendogli doti molto superiori alle proprie, e gli fece scoprire ed apprezzare, in particolare, la pittura di Raffaello (1483-1520): il maestro urbinate era considerato dagli artisti neoclassici e, in particolare, dal pittore, storico e teorico d’arte tedesco Anton Raphael Mengs (1728–1779), come il modello stilistico a cui ispirarsi per la pittura. Ogni giorno Vincenzo visitava l’appartamento cinquecentesco dei papi nel Palazzo Apostolico Vaticano, note come Stanze di Raffaello, e si allenava a copiarne lo stile. Pietro scelse inoltre per lui quello che si stimava tra i migliori maestri di Roma, il pittore, viterbese di nascita, Domenico Corvi (1721–1803), di cui egli stesso era stato discepolo.

Vincenzo Camuccini, che già giovanissimo si era unito in matrimonio con la romana Maddalena Devoti, figlia di Carlo, eminente archiatra della corte pontificia e nipote dell'arcivescovo Giovanni Devoti (1744-1820), grande esperto di diritto canonico, abbandonò, seppur temporaneamente, Roma durante la rivoluzione del 1798 e, consigliato probabilmente da un amico, il pittore aretino Pietro Benvenuti (1769–1844), si stabilì a Firenze. Passata la tempesta, fece ritorno in patria e grazie alla sua fama, nel 1802, venne accolto nell'Accademia di San Luca di cui fu eletto “principe” nel 1806. Rimase in carica fino al 1810, quando gli successe l’insigne scultore veneto Antonio Canova (1757–1822).

Durante il dominio francese in Roma il pittore ricevette molte committenze. Si recò anche a Monaco e poi a Parigi, dove entrò in contatto personalmente con Jeaques Louis David (1748–1825), il pittore ufficiale della corte napoleonica: la frequentazione dello studio di questo grande maestro influenzò sensibilmente la produzione del Camuccini. Questo influsso si nota in particolare nel dipinto dedicato alla Morte di Cesare. L’opera, tra le più significative dell’artista, fu commissionata nel 1793 da Lord Frederick Augustus Hervey, conte di Bristol (1730-1803), ma venne portata a compimento dal Camuccini solo intorno al 1806. Dopo la morte del committente l’autore la vendette nel 1807 a Gioacchino Murat (1767-1815), nel frattempo asceso al trono di Napoli per concessione di Napoleone Bonaparte (1769-1821). Con la Restaurazione e il ritorno al potere del legittimo monarca, Ferdinando I di Borbone (1751-1825), la tela fu acquistata da quest’ultimo e ricollocata nel Palazzo Reale di Napoli e solo nel 1864 trovò la sua collocazione definitiva nel Museo di Capodimonte.

Il 28 agosto 1830 Pio VIII Castiglioni (1829-1830), durante il suo brevissimo pontificato, lo nominò “barone con breve”, titolo nobiliare ereditario, e l’anno dopo gli affidò il riordinamento della Pinacoteca Vaticana. In questo museo il pittore fece trasportare, da una delle sale della Biblioteca Vaticana voluta da Sisto IV Della Rovere (1471-1484), l’affresco raffigurante Sisto IV nomina Bartolomeo Platina prefetto della Biblioteca Vaticana, con cui il grande artista romagnolo Melozzo di Giuliano degli Ambrosi, noto come Melozzo da Forlì (1438–1494) rappresentò la nomina dell’umanista e biografo pontificio Bartolomeo Sacchi, detto il Plàtina (1421–1481), nato a Piadena, un paese vicino a Cremona chiamato in latino Platina, a primo responsabile della ricca e preziosa raccolta libraria papale. Camuccini curò personalmente il restauro di altri due capolavori pittori, risalenti in questo caso al Seicento e restituiti dai Francesi: la Comunione di S. Girolamo del bolognese Domenico Zampieri, in arte “Domenichino” (1581–1641) e la Crocifissione di S. Pietro di un altro maestro felsineo, Guido Reni (1575–1642): entrambi furono rimpiazzati da Camuccini con copie, di sua mano, sugli altari delle chiese rispettivamente di San Girolamo alla Carità e San Pietro in Montorio. Quando stava lavorando in quest’ultima, sul colle Gianicolo, eretta in prossimità del punto in cui, secondo una leggenda medioevale si credeva che San Pietro fosse stato martirizzato, Camuccini fu inoltre testimone oculare di un macabro e increscioso episodio: vide il soldato francese Jean Maccuse profanare la teca, tutta ornata di rose, contenente il capo mozzato e adagiato su un piatto d’argento, della giovane patrizia romana Beatrice Cenci, giustiziata, a soli ventidue anni, per parricidio il giorno 11 settembre 1599 e poi assurta al ruolo di eroina popolare, per essersi difesa dal padre violento e depravato. Dopo l’esecuzione la testa della nobildonna venne portata in processione fino alla suddetta chiesa. Il milite transalpino, dopo essersi divertito a prendere a calci il teschio di una delle donne più belle e sfortunate di Roma, si portò via il misero resto e sembra che venne colpito da una terribile maledizione: tornato in Francia, scoprì che la moglie lo aveva lasciato e aveva venduto tutte le sue terre, lasciandolo senza un soldo. Decise quindi di arruolarsi di nuovo e venne spedito in Africa, dove però fu fatto prigioniero da un sultano, che ordinò (ironia della sorte o se volete chi la fa l’aspetti!) di farlo decapitare al fine di poter conservare il suo scalpo su un vassoio di argento all’interno di una teca di vetro.

Papa Gregorio XVI Cappellari (1831-1846) affidò al Camuccini l’incarico di allestire nuovi musei: il Museo Lateranense ed i due Musei Gregoriani (Egizio ed Etrusco). Ebbe anche il delicato compito di esumare la salma di Raffaello nella tomba al Pantheon e raffigurò in alcuni disegni la scena e lo scheletro dell'artista. Per Gregorio XVI compì inoltre anche vari lavori di restauro in numerose chiese romane. Fu in questa occasione che nacque una polemica con un'altra importante personalità artistica dell'Ottocento italiano, il pittore faentino Tommaso Minardi (1787-1871): i due artisti si scontrarono sulla questione del metodo migliore per eseguire un corretto restauro.

Dal punto di vista pittorico, a cominciare dagli anni Trenta il suo successo però diminuì gradualmente. Nel 1842 lo colpì purtroppo una paralisi, che gli impedì l’uso dei pennelli, indebolendone fortemente il fisico fino alla morte, avvenuta a Roma il 2 settembre 1844. I funerali del pittore si tennero nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, dove era stato battezzato e dove volle essere sepolto.

Vincenzo Camuccini è dunque stato un indiscusso protagonista della scena artistica e culturale del suo tempo, la cui vasta produzione è sparsa per chiese romane, gallerie di Stato e in quadrerie private. Meriterebbe pertanto maggiore considerazione di quella di cui attualmente gode.