TRIPPLUS_SAN MARTINO AL CIMINO_foto

A 5 km da Viterbo sorge la frazione di San Martino al Cimino, comune autonomo fino al 1928 e poi in seguito VIII circoscrizione comunale del capoluogo della Tuscia. Questo piccolo borgo, di quasi 4000 abitanti, ad un’ora circa di auto da Roma, si fregia del titolo di località climatica e di villeggiatura. Si trova a 561 metri di altitudine, sul versante meridionale dei monti Cimini, all’interno della Riserva naturale del lago di Vico, ad una decina di chilometri dallo stesso specchio d’acqua di origine vulcanica.

Il piccolo paese deve la sua attuale conformazione urbanistica alla sua erezione a principato ad opera di papa Innocenzo X Pamphilj (1644-1655), che ne investì la vedova di suo fratello Pamphilio, Olimpia Maidalchini Pamphilij (1591-1657), nota come Donna Olimpia o, come fu beffardamente soprannominata dai Romani, Olimpia la “Papessa” o la “Pimpaccia”. Fu questa energica donna, viterbese di nascita, a dedicarsi alla sistemazione dell’abitato, fino ad allora stretto intorno all’abbazia cistercense, affidandone il progetto all’architetto, Marcantonio de’ Rossi (1607-1661), bergamasco di nascita ma attivo all’epoca a Roma nella cerchia di Francesco Borromini (1599-1667).

Agli inizi del XIII secolo il pontefice Innocenzo III (1161-1216) concesse le terre dei Cimini ai monaci benedettini cistercensi di Pontigny, comune francese in Borgogna dove sorse la seconda delle quattro abbazie primigenie fondate dai monaci di Citeaux, località, sempre in terra di Borgogna, matrice dell'Ordine Cistercense. Qui il monaco cristiano, abate e teologo francese Bernard de Fontaine (1090 o 1091–1153), italianizzato in Bernardo di Chiaravalle, in quanto fondatore della celebre abbazia di Clairvaux, località allora nella regione transalpina Champagne-Ardenne (dal 2016 inglobata nella nuova regione amministrativa della Grand Est, che comprende anche le altre due regioni storiche dell’Alsazia e della Lorena), diede vita ad un nuovo importante ramo monastico.

Lo scopo era di instaurare anche nella penisola italica un’abbazia-azienda, in linea con un progetto di insediamento monastico che non ebbe precedenti in tutta Europa. I monaci agricoltori di San Bernardo, arrivati tra i monti Cimini, edificarono il complesso abbaziale, intitolato a San Martino (316 circa-397), originario della Pannonia, nell’odierna Ungheria, ma che svolse il suo ministero in Francia dove è oggi venerato come patrono. La costruzione dell’abbazia, secondo alcuni, si deve al volere del cardinale Raniero Capocci o Rainerio da Viterbo (1180/1190–1250), che la iniziò dopo la sua nomina a vescovo di Viterbo nel 1207, in tempi relativamente brevi: nel 1225 (anno della consacrazione dell’edificio monastico) era già dotata dei servizi essenziali che vennero poi completati negli ultimi decenni del secolo. Di questo imponente complesso restano oggi solo la chiesa abbaziale, le cui linee architettoniche gotico-francesi costituiscono il prototipo per altre successive costruzioni nel Viterbese, la sala capitolare, l’armarium (piccolo vano, del quale si è persa la struttura originaria, nel quale venivano conservati i libri che i monaci usavano giornalmente per le loro preghiere) e lo scriptorium.

Quest’ultimo, in particolare, oggi meglio conosciuto come “Sala dei Monaci”, è uno spazio, molto armonico, costituito da pilastri polistili e volte a crociera: custodisce il Museo dell’Abate, un’interessante raccolta di reperti appartenenti al cosiddetto “tesoro” dell’abbazia, tra cui frammenti marmorei dell’XI secolo, paramenti sacri come le pianete ricamate in oro e donate da donna Olimpia al cognato Giovan Battista, in occasione della elezione papale di quest’ultimo, altri oggetti liturgici come una croce processionale d’argento del XIII secolo e reliquiari di vario stile. Le “chicche” sono però, senza dubbio, un ritratto dello stesso pontefice Innocenzo X, attribuito alla cerchia di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) e, soprattutto, un bellissimo stendardo processionale, realizzato dal maestro calabrese Mattia Preti (1613–1699) e raffigurante nel recto “San Martino e il povero” e nel verso il “Salvator Mundi”: l’opera, commissionata all’artista silano, in occasione dell’Anno Santo del 1650, dalla Confraternita del Rosario e del Ss. Sacramento, presenta anche una sinopia che riproduce il “Redentore”. Per visitare questo piccolo ma significativo spazio museale bisogna suonare al parroco che abita nella canonica, ubicata nell’adiacente edificio.

Degli altri spazi monastici (chiostro, locutorium, dormitorio dei monaci coristi e dei conversi, refettorio, magazzino e cimitero) appaiono modeste testimonianze, alcune vive soltanto nei ricordi, essendo state distrutte o inglobate in costruzioni successive. L’abbazia non ebbe, tuttavia, molta fortuna tanto che nel 1426 ospitava soltanto l’abate e un monaco. Nel 1564 si registrò il definitivo allontanamento degli ultimi religiosi e l’abbazia fu aggregata al Capitolo Vaticano. Quasi un secolo dopo, però, nel 1645, come già ricordato, papa Innocenzo X Pamphilj restituì alla chiesa, ormai in rovina, il titolo abbaziale, rendendola indipendente dall’autorità episcopale, e la donò, come feudo personale, alla cognata. Questa nobildonna cambiò volto al borgo e ponendo mano ad un lungimirante progetto di radicale trasformazione dell’abitato con la costruzione di un imponente palazzo principesco sui ruderi di precedenti strutture sovrastanti il magazzino dell’abbazia. La chiesa, al cui interno, nell’abside, Donna Olimpia, morta sembra di peste, volle essere sepolta, venne completamente ripristinata e la staticità della facciata rafforzata grazie a due torri campanarie (progettate dal Borromini), ai lati della facciata, a mo’ di contrafforti, sormontate da cuspidi piramidali: tra queste, al centro, si apre una grande polifora gotica mentre è notevole la parte esterna dell’abside a forma poligonale con doppio ordine di monofore.

L’intervento pamphiliano ha portato poi alla costruzione di Palazzo Doria Pamphilij, posto sul lato sinistro dell’Abbazia ed eretto incorporando parte dell’ex convento (portale romanico), utilizzando materiali provenienti in parte dal palazzo di famiglia situato a piazza Navona a Roma. L’edificio seicentesco ospita oggi alcuni corsi di formazione dell’Università degli Studi della Tuscia e la sede dell’Azienda di Promozione Turistica di Viterbo ma è dotato di aule attrezzate per convegni, meeting, seminari, incontri aziendali, riunioni d’affari e mostre, con sale da 10 a 200 persone, aule didattiche, e offre anche uno sportello bancario e degli spazi ristoro. Al suo interno pregevoli sale affrescate, da cui si può godere una vista panoramica che può spaziare fino al litorale, saloni con ricchi soffitti lignei, un’ardita scala elicoidale in peperino e un camino monumentale. Una peculiarità si trova all’interno del palazzo, che ha solo due esempi in Europa: è il soffitto a cassettoni della stanza da letto di Olimpia Maidalchini, caratterizzato da un sistema di carrucole che permette di abbassarlo e così ridurre lo spazio della stanza e permetterne un più efficace riscaldamento.

Magistrale anche l’intervento architettonico riguardante l’intero borgo che fu dotato di una lunga teoria di case a schiera, di identiche dimensioni e forma, appoggiate alla cinta muraria esterna: ne costituiscono tuttora l’inconfondibile e unico impianto urbanistico, ancora perfettamente conservato. Visto dall’alto, si presenta a forma d’uovo, semi-ellittica, voluta imitazione di quella di piazza Navona a Roma, a sua volta coincidente con la pianta del Circus Agonalis, costruito tra l'85-86 d.C. dall’imperatore Domiziano (51–96): il primo esempio di stadio in muratura dell'antichità greco-romana, riservato a competizioni atletiche (corsa, lotta, pugilato). Le case di San Martino al Cimino rappresentano pertanto il risultato di uno studio standardizzato, una sorta di case popolari a riscatto. La cerchia muraria ha due uniche aperture: una a monte, detta appunto Porta montana, che guarda verso il lago di Vico, mentre l’altra a valle, in direzione di Viterbo, denominata “Porta viterbese” e il cui disegno sarebbe attribuito a Francesco Borromini.

San Martino al Cimino è inoltre una località che, data la sua ubicazione a mezza collina, era fortemente consigliata, nei primi decenni del secolo scorso, ai bambini affetti da pertosse e postumi di malattie respiratorie. Attualmente è frequentata, soprattutto d’estate, da villeggianti di ogni genere d’età, in quanto offre svariate opportunità di praticare attività sportive ma anche forme di relax, a contatto con la natura tra i boschi di castagne, querce a e faggi in cui ci si può imbattere subito a ridosso del centro abitato. A non più di 7 km si possono raggiungere anche le rinomate Terme di Viterbo, dotate di moderni impianti per la fangoterapia, l’aerosol, la grotta e piscine di acqua sulfurea per una completa “remise en forme”. Particolarmente rinomata, inoltre, la produzione di nocciole che vengono utilizzate per confezionare dei buonissimi biscotti, un prodotto gastronomico locale molto apprezzato.

Questo piccolo borgo laziale è dunque un'altra preziosa “perla” poco nota, tra le innumerevoli disseminate nel territorio della penisola italiana e che rendono nostra penisola un patrimonio unico al mondo.