La chiesa romana di Santa Maria della Vittoria, citata anche in un romanzo di successo, è internazionalmente conosciuta soprattutto perché ospita nella cappella di famiglia del cardinale veneziano Federico Baldissera Bartolomeo Corner (1579–1653), italianizzato in Cornaro, uno dei capolavori della scultura barocca: il celeberrimo gruppo scultoreo raffigurante l’Estasi o Trasverberazione di Santa Teresa d’Avila. Un autentico capolavoro, in marmo e bronzo dorato, del maestro Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che lo ha eseguito tra il 1647 ed il 1652, basandosi sull’autobiografia della stessa santa religiosa, riformatrice dell’Ordine Carmelitano.
La stessa suddetta chiesa, al cui interno si possono ammirare anche opere di altri grandi maestri dell’arte italiana come i pittori emiliani Giovanni Francesco Barbieri (1591–1666), noto come il “Guercino” per un disturbo strabico che aveva a un occhio, e Domenico Zampieri (1581–1641), detto “Domenichino” per la sua bassa statura, è altresì nota perché nei suoi sotterranei fu rinvenuta, nel 1608, persino una famosa statua marmorea. Si tratta dell’Ermafrodito dormiente, raffigurante il personaggio mitologico figlio di Ermes e Afrodite: una copia romana, a grandezza naturale, del II secolo d.C. da un originale del V secolo a.C., opera dello scultore Policleto, uno dei più insigni della Grecia classica. Questo significativo ritrovamento avvenne durante i lavori di costruzione della chiesa, che i padri Carmelitani Scalzi edificarono, al posto dell’antico romitorio, su un terreno da loro acquistato nel 1605 sul colle Quirinale presso gli Horti Sallustiani e che intitolarono originariamente alla “Conversione di San Paolo”.
Oggi però questa chiesa, che è un autentico scrigno d’arte, ha un titolo dedicatorio differente che peraltro è l’unico che fa eccezionalmente riferimento ad una “vittoriosa” battaglia. Si tratta di un episodio bellico che è stato l'evento decisivo della prima fase, quella detta “boema-palatina”, della guerra dei Trent’anni, una serie di conflitti armati che dilaniarono l'Europa centrale tra il 1618 e il 1648, considerata una delle guerre più lunghe e distruttive della storia del Vecchio Continente. La battaglia in questione ebbe luogo tra 7 e 8 novembre 1620 nell’allora Regno di Boemia, presso la collina, che sfiora i 380 metri, soprannominata in lingua ceca Bílá Hora (Montagna Bianca), che tuttora sorge a ovest dei moderni sobborghi di Praga, un tempo vasta riserva di caccia reale e ora un grande parco, dove un cippo piramidale fa memoria di questo cruciale combattimento. A fronteggiarsi furono due eserciti: quello boemo, protestante, comandato dal giovane principe elettore Federico V del Palatinato-Simmern (1596-1632), appena incoronato monarca boemo, grande oppositore degli Asburgo, e le truppe mercenarie della Lega Cattolica, guidate dall'esercito di Ferdinando II d'Asburgo (1578–1637), all’epoca imperatore del Sacro Romano Impero. Il sovrano boemo venne rapidamente sconfitto e la disfatta condusse all’acquisizione della Boemia nei domini degli Asburgo, che iniziarono un’opera di germanizzazione, dando il via all’eliminazione di ogni traccia di riforma in quella terra. L’agevole successo imperiale non frenò però il conflitto, che s’allargò anzi fino a coinvolgere in esso buona parte dell’Europa.
L’attuale titolo della chiesa di Santa Maria della Vittoria deriva dunque da questo storico successo bellico che venne attribuito alla miracolosa intercessione di un’effige sacra che salvò la città di Praga dall’assalto delle truppe luterane che stavano sferrando l’attacco decisivo per conquistare la città. L’esercito imperiale era infatti allo stremo quando il cappellano militare imperiale, il padre carmelitano scalzo aragonese Domenico di Gesù e Maria, al secolo Domenico Ruzzola o Urrusolo, (1559–1630), rinvenne nel castello di Strakonitz una piccola immagine raffigurante Maria in adorazione del Bambino con evidenti segni di sfregio: gli occhi di San Giuseppe, della Vergine Maria e dei pastori erano stati accecati mentre gli occhi del Bambino Gesù furono lasciati integri. Il religioso diede la carica contro l’esercito nemico, portando legata al collo l’immagine sfregiata. Si videro dei raggi di luce che, fuoriuscendo dall’icona, accecarono i nemici e li costrinsero alla fuga. Così nel 1622 l’immagine miracolosa fu portata allora in trionfo a Roma e riposta nello splendido altare dell’abside della chiesa, appena edificata per merito di Carlo Maderno (1556-1629), il principale architetto della corte di papa Paolo V Borghese (1605–1621). Il padre Domenico, come i principi e le corti cattoliche d’Europa, per ingraziarsi il Vescovo di Roma si impegnarono con sostanziose offerte per abbellire la chiesa e la dedicazione alla Madonna Regina della Vittoria fu confermata anche dal pontefice Innocenzo X (1644-1655).
Nel 1883 un incendio, purtroppo, distrusse l’altare con l’icona miracolosa ma il principe romano Alessandro Raffaele Torlonia (1800–1886), noto e ricco banchiere, ne finanziò la ricostruzione e vi fece collocare l’effige attuale, peraltro custodita in un oratorio annesso alla chiesa ed incorniciata da una splendida raggiera. Per commemorare, anche iconograficamente, il successo militare il pittore bolognese Luigi Serra (1846-1888) fu incaricato di realizzare, tra il 1877 ed il 1880, l’affresco che ancora è possibile ammirare nel catino absidale della chiesa: l’Ingresso dell’esercito cattolico a Praga dopo la battaglia della Montagna Bianca, caso rarissimo se non unico di decorazione absidale di soggetto non sacro. Il cartone preparatorio dell’opera venne in seguito acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
A suffragare la dedicazione ufficiale nella chiesa c’è un altro dettaglio e non proprio di poco conto. Nella controfacciata un’imponente cantoria con organo barocco del 1680, opera dell’ingegnere e architetto romano Mattia De Rossi (1637–1695), allievo di Gian Lorenzo Bernini, mostra infatti delle cariatidi che la sorreggono e che costituiscono un altro unicum per una chiesa, in quanto raffigurano un’armatura cavalleresca, ulteriore richiamo bellico.
Il fascino di Roma è anche quello di saper mirabilmente e armonicamente contrapporre il sacro con la realtà più distante da Dio, che è l’atto bellico, seppur consumato per difendere la propria fede.