Roma, cuore della Cristianità, conserva la più antica immagine della Madre di Dio in Occidente (230-240): si può ammirare lungo la via Salaria nella Catacomba di Priscilla, cimitero (dal latino “coemeterium” che significa “dormitorio”, a sua volta derivante dal verbo greco antico κοιμάω, «mettere a giacere») paleocristiano, tra i più grandi ed importanti dell’Urbe, scavato nel tufo dal II al V secolo. Quest’area sepolcrale, costituita da circa tredici chilometri di gallerie sotterranee, tanto da essere soprannominata nell'antichità “la Regina delle catacombe”, a causa dei numerosi martiri sepolti (circa 40.000), tra cui anche ben sette papi, prende verosimilmente nome dalla patrizia romana che donò il terreno: vi è conservata infatti un'iscrizione funeraria relativa a una donna chiamata Priscilla e imparentata con la famiglia senatoria degli Acilii.
Qui, a circa una ventina di metri di profondità e, precisamente, nel sottarco di un arcosolio è ancora ben visibile un affresco che presenta la Vergine Maria assisa mentre sorregge il Bambino: indossa una stola e ha il capo coperto dal mantello reclinato verso il piccolo Gesù. Sulla sinistra si scorge una figura maschile che tiene in mano un rotolo, additando la stella di cui si intuisce la forma: è a otto punte e si trova sull’asse diagonale su cui è anche il capo della Madonna. Negli anni centrali dell’Ottocento, l’insigne archeologo ed epigrafista romano Giovanni Battista De Rossi (1822-1894), laureato in realtà in Giurisprudenza ma considerato uno dei padri fondatori dell’archeologia cristiana, riconobbe in questo personaggio il profeta Isaia, riferendosi alla seguente pericope biblica (Is 7, 14): «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Secondo il suo collega e contemporaneo, il gesuita napoletano Raffaelle Garrucci (1812-1885), altro grande esperto di teologia e patristica, si tratterebbe di un altro profeta, Balaam, in base a quanto questi afferma nel libro dei Numeri (Num 24, 17): «Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele». Per un altro insigne archeologo e iconografo delle antichità cristiane, il presbitero tedesco di origine polacca Joseph Wilpert (1856–1944), supportando l’interpretazione del collega e amico De Rossi, la scena farebbe riferimento ad un altro passo del libro profetico di Isaia (Is 60, 1-6): «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni, ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te».
A suffragare l’importanza di questo soggetto iconografico già nelle prime comunità cristiane di Roma è la presenza, nella stessa Catacomba di Priscilla, di un altro dipinto che sembrerebbe essere ancora più antico: potrebbe datarsi agli albori del III secolo. Nella cosiddetta “Cappella Greca” sono infatti rappresentate altre scene ispirate ai versetti dei Vangeli di Matteo e di Luca, i cosiddetti “Vangeli dell’infanzia”. Tra queste ne spicca una che viene ritenuta la più antica raffigurazione dei Magi, resi con un certo dinamismo mentre si avviano a braccia tese (probabilmente recando i rispettivi doni tra le mani) verso la Madonna con il Bambino, dietro la quale vi era probabilmente un personaggio (anche in questo caso il profeta Balaam?) ora quasi del tutto illeggibile, con una stella che si intravede appena.
Solo però a partire dal V secolo venne “ufficializzata” la rappresentazione della “Nascita di Cristo”, quando il Concilio tenutosi nel 431 ad Efeso (all’epoca una delle più grandi città ioniche in Anatolia ed oggi sito archeologico tra i maggiori d'Asia, approssimativamente fra le attuali città turche di Smirne e Aydin), proclamò il dogma della divina maternità di Maria, attribuendole l'appellativo di Theotókos (in greco “Portatrice di Dio”). Questo attributo fu ratificato dall’allora Vescovo di Roma, Sisto III (432-440), in origine personaggio di spicco del clero romano, che edificò sul punto più alto dell’Urbe la basilica papale di Santa Maria Maggiore e volle che fosse la più grande chiesa dedicata alla Vergine Maria, come tuttora ne attesta la principale intitolazione. Non è un caso che nel 1291 il frate francescano ascolano Girolamo Masci, il primo della sua famiglia religiosa a salire al soglio pontificio assumendo il nome papale di Nicolò IV (1288-1292), commissionò, per la suddetta basilica, ad uno tra i più insigni scultori dell’epoca, il toscano Arnolfo di Cambio, noto anche come Arnolfo di Lapo (1245 circa–1310 circa), attivo allora a Roma, un presepe scolpito nella pietra con figure intere per celebrarne l’invenzione da parte di San Francesco d’Assisi (1181-1226) nel borgo sabino di Greccio durante la Veglia di Natale del 1223. Quest’opera, sebbene abbia perso qualche “pezzo”, si può ancora ammirare all’interno del Museo Storico Liberiano, oggi allestito nelle sale del piano nobile del palazzo dei Canonici, annesso alla stessa basilica.
Il presepe arnolfiano non è però la più antica rappresentazione scultorea della scena della Natività: questa si può infatti ammirare, sempre in territorio laziale, a un centinaio di chilometri da Roma, nel paese ciociaro di Boville Ernica (era l’antico insediamento, d’incerta origine, volsca o osco-sannitica, di Bovillae, ovvero “Bovis Villae”, che significa “città del dio Bove”, poi denominata Bauco fino all’anno 1908, quando assunse il nome attuale), inserito nel circuito dei Borghi più belli d’Italia. La scena è istoriata su un sarcofago, probabilmente opera di un’officina di marmorari romani e realizzato tra il 330 e il 350, in tarda età costantiniana. Il significativo reperto fu casualmente rinvenuto solo nel 1941 durante degli scavi agricoli nella vicina località chiamata contrada Sasso, dove forse era collocato all’interno di un edificio sacro pertinente a un insediamento cristiano. Nel 1947 il manufatto funerario, in marmo bianco, con decorazione a bassorilievo, composto da una cassa rettangolare e da un coperchio con “alzatina”, fu trasferito nel centro storico medievale dello stesso borgo del Frusinate e, precisamente, nella chiesa abbaziale di San Pietro Ispano. In questo edificio sacro, ora annesso al monastero delle suore benedettine di clausura, il sarcofago funge oggi da altare secondario nella cappella del braccio destro del transetto e, pertanto, a causa di questo riadattamento, la sua forma originaria non è facilmente definibile.
Questo reperto costituisce però senza dubbio un “unicum” nell’arte sepolcrale paleocristiana tanto che, dal momento della sua scoperta, ha intensamente impegnato gli studiosi per interpretare il suo singolare apparato iconografico, di difficile interpretazione, a cominciare dalla decorazione della parte frontale della cassa marmorea. Questa presenta infatti un verosimile cancello a due ante, riprodotto fedelmente in tutti i suoi particolari, tra cui i battenti a graticcio, con incroci fissati da rivetti e le rotelle che ne consentivano l’apertura mediante scorrimento su rotaie, gli stipiti e la serratura con gancio che ne simula la perfetta chiusura. Si tratta di un motivo piuttosto raro nei sarcofagi, ma dal punto di vista iconologico, si può ricondurre a quello, molto più frequente nella scultura funeraria antica, della porta, a volte socchiusa, che simboleggia il transito dalla condizione caduca di questo mondo a una ignota destinazione oltre la morte fisica, che in chiave cristiana si traduce in una speranza di vita eterna, di resurrezione.
Al centro dell’alzatina si trova una tabula inscriptionis, sorretta da due geni alati, un piccolo cartiglio nel quale avremmo potuto leggere l’iscrizione funebre, con qualche preziosa indicazione riferibile all’identità del defunto ma, in questo caso, è anepigrafe, non recante alcuna scritta. Nel settore destro dell’alzatina si sviluppa, secondo i racconti evangelici (Matteo II, 1-12 e Luca II, 1-7 e 8-20), la scena della Natività: è una sorta di presepe ante litteram, che potremmo definire “paleocristiano”. La narrazione procede da sinistra e si apre con l’arrivo dei Magi, i quali, guidati dalla stella, recano i doni al Bambino. A seguire il bue e l’asino, già all’epoca attesati nella scena del Natale ma in realtà non citati nei Vangeli “canonici”, raffigurati in posizione frontale rispetto alla culla e non alle spalle, dietro ai quali si trova un personaggio maschile piuttosto enigmatico, la cui identificazione oscilla tra San Giuseppe (che però fa la sua comparsa nell’arte cristiana più avanti), un profeta, un angelo o un pastore. Il Bambinello, volutamente sovradimensionato rispetto alle altre figure, appare fasciato e adagiato in una culla di vimini, riparata da una realistica tettoia a embrici sostenuta da pali: la sua figura fuori scala costituisce il vero fulcro della scena. Dietro la sacra cuna appare, seduta a terra, una figura femminile, anche questa non facilmente identificabile: potrebbe trattarsi di una personificazione allegorica della città di Betlemme, oppure, più semplicemente, di una semplice donna del popolo, giunta con ai pastori per adorare Gesù Bambino. Per ultima troviamo infine la Vergine Maria, in atteggiamento pensoso.
A contendere il primato con l’arca marmorea bovillese ce n’è in verità un’altra, di datazione coeva: il Sarcofago di Adelphia o Adelfia, dall’epigrafe “Adelfia, donna illustrissima, moglie del conte Valerio”. Quest’arca presenta un coperchio e una cassa che non sembrano compatibili: il primo, più piccolo della cassa, è infatti attribuito all’ultimo ventennio del IV secolo (380 circa) mentre la seconda alla prima metà del IV secolo. In entrambi però sono istoriate due scene dell’Adorazione dei Magi che si presentano, infatti, con connotazioni diverse perché appartenenti a due momenti diversi ma che sono molto simili alla versione, descritta in precedenza, sulla cassa ciociara, con una differenza di pochi e non rilevanti dettagli. Questo sarcofago, anch’esso di provenienza laziale (officina romana o forse ostiense) ma a doppio registro, fu rinvenuto il 12 giugno 1872 nelle viscere di Siracusa, all’interno di una fossa, scavata nel suolo della rotonda ipogea cui oggi dà il nome (“Rotonda di Adelfia”), nell’area sepolcrale sottostante la chiesa di San Giovanni alle Catacombe, che sorge sull’isola di Ortigia. Quest’arca marmorea, venuta alla luce, in particolare, durante la campagna di scavi diretta dall’architetto, archeologo e professore palermitano Francesco Saverio Cavallari (1810-1896), con lo scopo di accertare l’epoca della zona cimiteriale, fu poi trasferita nel maggio 2014 all’interno del Museo Archeologico Regionale “Paolo Orsi” nel nuovo spazio espositivo permanente, allora appena inaugurato e dedicato alle testimonianze di epoca tardoantica della città aretusea, seconda solo a Roma per l’estensione dei suoi percorsi catacombali.
Si può dunque affermare che ogni raffigurazione, elaborata dall’uomo, del più grande Mistero di tutti i tempi, in cui Dio, il Creatore, l’Eterno Padre, si è fatto umile creatura, soggetta alla morte per eliminarla per sempre risorgendo a vita senza fine, desta in noi sempre un grande stupore e alimenta quella speranza in un mondo nuovo su cui si basa il messaggio cristiano e anche l’anno giubilare che ci accingiamo a vivere.