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Alcune reliquie della Passione di Cristo, a Roma, son conservate anche nella Cattedrale di San Giovanni in Laterano: tra queste spicca, in particolare, quella che, secondo la tradizione, sarebbe una porzione della tavola sopra la quale Gesù, durante l’Ultima Cena, istituì la Santissima Eucaristia come memoriale perpetuo del Mistero Pasquale incentrato sulla Sua Passione, Morte e Risurrezione. La preziosa tavola, in legno di cedro, sovrasta l’altare della Cappella del Ss.mo Sacramento ed è collocata dietro un prezioso bassorilievo d’argento massiccio, di mille libbre di peso, costato, secondo i documenti dell’epoca, ben 12.000 scudi d'oro. Questa placca a rilievo, realizzata dall’orafo romano Curzio Vanni (1588-1589), è sorretta da due angeli che l’orafo bolognese Orazio Censore o Censori (†1622) ha fuso in bronzo dai modelli creati dallo scultore e stuccatore milanese Ambrogio Buonvicino (1552-1622). Quest’ultimo, soprannominato "malvicino", forse a causa del suo carattere che, come ricordano i documenti, lo portò spesso a violente liti con i compagni, è inoltre autore del bassorilievo marmoreo raffigurante La consegna delle Chiavi a Pietro (1612), sottostante la Loggia delle Benedizioni nella facciata della basilica vaticana.

La tavola lignea è formata da due pannelli di m 0,60 per 1,20 ciascuno e presenta la raffigurazione del racconto evangelico dell’Ultima Cena: una lunga tavola, coperta da una tovaglia dalle mille pieghe. Cristo è al centro, con una grande aureola sopra il capo, visibile anche a distanza, con al fianco i dodici apostoli, divisi simmetricamente in due parti: sei a destra e sei a sinistra. Spicca fra tutti il discepolo prediletto Giovanni, posto alla destra di Gesù ma l’unico che però sembra quasi essere “isolato” dal resto degli apostoli. Giovanni ha la mano sul cuore che dunque palpita per il Maestro, in reazione alle Sue parole, appena pronunciate in quel momento così importante per l’intera cristianità.

Dietro al Cristo in oro e agli Apostoli non c’è nessun fondo decorato, bensì solo una semplice vetrata da cui è possibile intravedere un piccolo vano in cui è conservata la preziosa reliquia: a questa cameretta, davvero di piccole dimensioni, si accede da alcune rampe di scale interne, non visibili né visitabili tramite le quali si arriva alla soglia della stanza. Sopra la porta di accesso a questo loculo vi è un’iscrizione in latino che ricorda che questa elegantissima edicola fu innalzata per accrescere l’importanza del luogo dalla generosità di papa Leone XIII (1878-1903).

Secondo la tradizione, la tavola lignea sarebbe stata portata a Roma dall’imperatore Tito nell’anno 70, insieme a tutto il bottino, dopo la conquista di Gerusalemme al termine della Prima Guerra Giudaica e la distruzione del Tempio di Salomone, peraltro già distrutto nel 586 a.C. dai conquistatori babilonesi e in seguito ricostruito. In verità viene definita come "reliquia di memoria" perchè non si sa con esattezza quando e in quale circostanza sia arrivata nella cattedrale romana ma, certamente, prima del secolo XIII, in quanto è inclusa nell’inventario della Tabula Magna Lateranensis, ancora leggibile nella sacrestia della stessa basilica. Si tratta di un pannello in mosaico, risalente appunto al XIII secolo e precedentemente posizionato dietro l’altare maggiore della originaria basilica, quella costantiniana. Oggi si può ancora trovare e leggere a sinistra della porta della sacrestia dell’attuale basilica. Vi sono elencate, con lettere dorate su fondo nero, le reliquie custodite nel tempio lateranense, tra cui anche un altare ligneo, conservato all’interno dell’altare maggiore in stile gotico, e conosciuto come “mensa petrina”, perché l’Apostolo Pietro vi celebrava il rito eucaristico, originariamente chiamato fractio panis.

La Tabula Magna elenca anche altre reliquie, conservate nel Santuario Pontificio della Scala Santa, eretto in prossimità della basilica lateranense dall’architetto ticinese Domenico Fontana (1543-1607) per papa Sisto V Peretti (1585-1590) che nel 1589 volle traslarvi la Scala Pilati o Scala Sancta, costituita dai 28 gradini in marmo che Gesù salì più volte il giorno della sua condanna a morte nel Pretorio, il palazzo del governatore della Giudea Ponzio Pilato. Secondo un’antica tradizione cristiana, questa scalinata nel 326 fu trasportata da Gerusalemme a Roma per volere di Sant’Elena, madre di Costantino. Sulla sommità della scala lo stesso papa Sisto V volle inglobare anche l’oratorio di San Lorenzo in Palatio, che si può considerare la cappella palatina papale, originariamente ubicata nel Patriarchium, l’antica residenza dei pontefici in Laterano, più conosciuta come ‘Sancta Sanctorum’, per le molte reliquie di Santi che custodisce, tra cui spicca, addossata alla parete dietro l’altare, l’immagine del Santissimo Salvatore Acheropìta (non dipinta da mano umana) raffigurato mentre siede in trono con la mano destra. I reperti sacri conservati all’interno di questo sacello sono tutti elencati nella Tabula Magna e tra questi, sulla parete di sinistra, guardando verso l’altare, ve ne è un altro relativo all’Ultima Cena: una sezione della panca dove sedette Gesù Cristo durante quella storica agape. Ce lo attesta una scritta che si può leggere nella stessa cornice dov’è esposta la reliquia e che recita: “Pars lectuli in quo D.N. Feria V. in Coena recubit”, dove l’espressione “Feria V” si riferirebbe al giovedì (Santo) ma su questo reperto non sappiamo altro.

Concludendo possiamo affermare che Roma è davvero il cuore della Cristianità perché tuttora conserva delle testimonianze uniche ed autentiche del più grande Mistero di tutti i tempi.