TRIPPLUS_ A ROMA IL PRIMO CROCIFISSO

Una scena di crocifissione, intagliata in un portale ligneo di cedro africano: si tratta della prima raffigurazione artistica conosciuta del più noto supplizio di tal genere, subito da Gesù di Nazareth, e la si può rintracciare proprio a Roma, sede della Chiesa da lui fondata.

In realtà proprio nella Città Eterna, sul colle Palatino, possiamo trovare una rappresentazione del Crocifisso risalente probabilmente al III secolo, o forse addirittura all'anno 85: si tratta però di un graffito “blasfemo” (tuttora visibile presso l’Antiquarium Palatino), con cui l’autore, anonimo ma sicuramente pagano, si prenderebbe gioco, secondo l’interpretazione più accreditata, del cristiano Alexamenos, nome di origine greca con cui tuttora il disegno viene identificato, inciso al fianco di un uomo in croce con la testa d’asino.

Nella basilica paleocristiana di S. Sabina sul colle Aventino, invece, la prima formella esterna in alto a sinistra (per vederla bisogna avere una buona vista), delle diciotto formelle superstiti su ventotto che decorano su ambo i lati la più antica porta della chiesa, presenta Cristo in piedi al centro, senza aureola e con gli occhi aperti. Osservando attentamente la scena, inserita tra le altre, tutte dedicate all’Antico e al Nuovo Testamento, si può però notare che Cristo e i due ladroni che lo affiancano non sono raffigurati inchiodati sulle loro croci, secondo quella che è una consolidata tradizione iconografica, ma semplicemente con le braccia distese e con mani e piedi semplicemente fissati su tasselli di legno addossati ad un retrostante muro parietale a mattoni. Il motivo è che la morte in croce era una pena capitale riservata agli schiavi e nei primi secoli di vita del cristianesimo si proibì di rappresentare il martirio di Cristo in tal modo. Sappiamo infatti che, tranne sporadici segni di croci incisi sui muri o nelle catacombe, i cristiani in origine rappresentavano simbolicamente Cristo sotto forma di un pesce (in greco “ichtùs”, traslitterazione in caratteri latini della parola greca ἰχϑύς, a sua volta acronimo delle parole 'Ιησοῦς Χριστός Θεoῦ Υιός Σωτήρ, “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”) o con il suo monogramma, il Chrismon.

L’imperatore Costantino con il suo editto nel 313 stabilì la libertà di culto anche per il Cristianesimo ed abolì la crocifissione come massima pena e così, gradatamente, la croce da straziante strumento di supplizio iniziò a diventare un simbolo non di morte bensì del trionfo sulla stessa morte, a perpetua memoria del sacrificio che ha annientato per sempre l’estremo momento finale della vita. La scena raffigurata nella basilica edificata nel V° secolo sulla tomba della patrizia romana Sabina, che con il suo martirio ha rinnovato quello compiuto da Cristo a quasi cento anni di distanza, è pertanto una via di mezzo: si illustra l’evento ma non ancora lo strumento che lo ha provocato.

Questa eccezionale antica porta lignea però presenta un’altra incredibile sorpresa, frutto di un restauro, avvenuto nel 1836 durante il quale vennero rimpiazzati alcuni rilievi ormai logorati dal tempo. Se ci soffermassimo ad osservare i pannelli esterni, inquadrati da un’elegante cornice vitinea scolpita, potremmo stupirci non poco di trovare nel terzo comparto della quarta fila orizzontale l’effigie familiare di un uomo molto noto, ma vissuto molti secoli dopo. Il riquadro in questione è diviso in tre scene, nella seconda delle quali è raffigurata un’altra prefigurazione biblica della Pasqua cristiana: il patriarca Mosè, alla guida del popolo d’Israele, mentre attraversano il Mar Rosso inseguiti dagli Egiziani. Se ci avviciniamo di più e osserviamo attentamente non ci potrà sfuggire che il viso del faraone trainante il carro inghiottito dalle onde ha qualcosa di familiare, con lineamenti ricchi di dettagli: sono le fattezze di Napoleone Bonaparte (stando a recenti sondaggi il secondo essere umano più famoso di tutti i tempi dopo lo stesso Gesù Cristo). Il restauratore probabilmente nutriva un particolare astio “politico” nei confronti di generale còrso di origine italiana e così ha voluto malignamente sostituire il volto dell’antico sovrano egiziano con il profilo del monarca francese, ispirandosi all’iconografia tradizionale dalle medaglie napoleoniche e modificando persino la torsione del collo (il ritratto del faraone, in origine, era frontale, come testimoniato da un disegno del 1775).