TRIPPLUS_URNA DI QUINTO SULPICIO MASSIMO

Virgilio, Orazio, Catullo: probabilmente i tre più importanti poeti che può vantare la plurimillenaria Roma, di cui oggi ricorre la data di fondazione. Quinto Sulpicio Massimo è stato anche lui un autore di versi capitolino, a differenza dei precedenti colleghi nato effettivamente nell’Urbe, ma per molti è un autentico sconosciuto. Una ragione però ci deve pur essere se a costui, dal 1966, è intitolata una piccola via nei pressi di piazza Fiume, dove sorgeva l’antica Porta Salaria, abbattuta definitivamente per l’aumento del traffico.

L’imperitura memoria di questo poeta la dobbiamo alla sua urna cineraria, di marmo pentelico, alta circa m 1,61, tuttora visibile a piazza Fiume, proprio in prossimità di via Sulpicio Massimo: nel 1871, durante i lavori di rimozione della Porta Salaria, unica nella cinta aureliana oggi purtroppo non più in piedi, questo cippo fu rinvenuto dallo scultore e politico Ettore Ferrari nei pressi del suo studio, a ridosso delle antiche mura. Esattamente in quello stesso punto, molti secoli prima (seconda metà del III°), venne inglobato all’interno di una delle due torri dell’antico varco, quando, per disposizione dell’imperatore Aureliano, di fronte alla minaccia incombente dei barbari, furono costruite in fretta quelle mura. In verità il monumento originale, per preservarlo da furti e inquinamento, è attualmente esposto presso la Centrale Montemartini, uno spazio espositivo distaccato dei Musei Capitolini (sito in via Ostiense), sostituito nel luogo del rinvenimento da una perfetta riproduzione.

La piccola ara, a forma di edicola, reca scolpita ad altorilievo la figura del poeta, togato, che tiene nella mano sinistra un rotolo (volumen), probabilmente con il testo del componimento che, come vedremo, gli ha garantito perenne ricordo. Se però notiamo bene le fattezze del defunto sono quelle di un ragazzo giovanissimo. La lunga epigrafe dedicatoria, un unicum per la documentazione epigrafica funeraria romana, scritta in greco e in latino, è il commovente ricordo dei suoi genitori. Di costoro conosciamo i nomi: il padre si chiamava Quinto Sulpicio Eugramo e, secondo l’archeologo romano Carlo Lodovico Visconti (il primo a tradurre la stessa epigrafe), discendeva probabilmente da un liberto, uno schiavo affrancato, in origine al servizio di un membro della gens Sulpicia e, pertanto, secondo l’usanza, ne avrebbe preso il nome, mentre la madre era nota come Licinia Ianuaria. Costoro si definiscono “infelicissimi”, in quanto, secondo quanto apprendiamo dall’iscrizione, Quinto Sulpicio Massimo visse appena undici anni, cinque mesi e dodici giorni ma fu un autentico enfant prodige dell’antica Roma: morì “essendosi indebolito e ammalato per il troppo studio e l'esagerato amore per le Muse”. Scopriamo inoltre che il talentuoso fanciullo prese parte al “Certamen quinquennale”, una competizione mondiale di ginnastica, sport equestri, musica e poesia, indetta per la terza volta nel 94 d.C. dall’imperatore Domiziano per celebrare l’anniversario della sua ascesa al potere. L’evento ebbe luogo presso l’Odeon, il teatro coperto eretto dallo stesso sovrano sui resti della cavea sulla quale nel Rinascimento venne eretto un palazzo nobiliare (ne abbiamo fatto cenno di recente) e destinato in particolare agli spettacoli musicali. Quell’anno, per la gara di improvvisazione in lingua greca (Versus Extemporales), si presentarono 52 concorrenti che dovevano appunto decantare a braccio alcuni versi, come fanno i moderni rapper. L’argomento, estratto a sorte, era il mito del giovane Fetonte, che vuole guidare il carro del Sole e lo sottrae al padre, il dio Helios (Apollo), avvicinandosi troppo al suolo col risultato di essiccare i fiumi e di bruciare persino le sementi sotto i campi. Quinto Sulpicio, il cui componimento è inciso nella sua tomba ai lati del suo ritratto, sviluppò il tema raccontando del severo rimprovero di Zeus ad Helios, accusato di essere stato troppo indulgente con il figlio, ma anche della “hybris” del giovane, della sua superbia e tracotanza adolescenziale punita con la morte (per evitare la distruzione del pianeta, problematica tuttora di scottante attualità, Zeus fu costretto ad incenerirlo con uno dei suoi fulmini). Il giovanissimo poeta, studente modello, che forse del mito fetonteo apprezzava, più che la rettitudine di Giove, il gesto ambizioso del suo coetaneo protagonista, diventa così un exemplum di virtù classica. Per questo i suoi genitori, molto orgogliosi del loro figlio, lo vollero ricordare: lui, che ancora bambino, si difese con onore in una gara per adulti. Il suo componimento infatti non vinse, ma i giudici, stupiti nel vedere tanta competenza in un fanciullo, vollero comunque che venisse premiato con la corona di alloro, assegnandogli una sorta di premio della critica.

L’area dove fu rinvenuta la tomba del giovane poeta faceva in origine parte del cosiddetto Sepolcreto Salario, tra i più vasti dell’immediato suburbio romano, a ridosso di Porta Salaria, detta anche, in epoca medioevale, “di San Silvestro” (in quanto vi usciva la via Salaria che dà nome allo stesso varco e che, nel suo tratto extraurbano conduceva alla basilica paleocristiana di San Silvestro, tuttora in piedi, soprastante le catacombe di Priscilla, nella zona del Monte delle Gioie), ci offre un’altra singolare “chicca”, in questo caso però decisamente “prosaica”. Appena lasciata piazza Fiume, infatti, costeggiando il tratto murario lungo Corso d’Italia, in direzione di Porta Pia, se alziamo lo sguardo verso la sommità dell’imponente baluardo difensivo in cortina di mattoni, possiamo notare una galleria coperta e un sovrastante cammino di ronda scoperto. Fissando lo sguardo ci appare una piccola sporgenza pensile semicircolare poggiante su due mensole in travertino: è stata con certezza identificata come una latrina di cui si servivano i soldati in servizio nel camminamento di ronda, anzi l’unica sopravvissuta delle ben 260 anguste garitte ricavate nell’ultima cinta di mura eretta a protezione della Caput mundi.