VEROI_Basilica_San_Paolo_Porta_Paolina_dettaglio

Durante il Grande Giubileo del 2000 la Porta Santa della basilica papale di San Paolo Fuori le Mura fu aperta da papa San Giovanni Paolo II solo mercoledì 18 gennaio, per inaugurare la settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani.

In quell’occasione venne, in realtà, aperto per la prima volta il portale in bronzo dorato di quel varco, il primo da destra all’interno del nartece della stessa basilica. Questo portale (3,71 m. x 1,82 m.), benedetto poco prima dell’apertura dal cardinale francese Roger Etchegaray (1922–2019), scelto da papa San Giovanni Paolo II come presidente del Comitato centrale del grande Giubileo del 2000, è opera dello scultore e incisore romagnolo Enrico Manfrini (1917-2004), che ha forgiato anche in argento dorato l'anello piscatorio scelto da papa Francesco. Illustra il tema della Trinità e sulla base vi si può leggere un distico augurale in latino: “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem – sit pacis donum perpetuoquoe salus” (A quanti vengono nel santo tempio di Paolo sia concesso il dono della pace e della salvezza eterna”). Le tre formelle, lette in verticale, esprimono i tre anni preparatori al grande Giubileo, voluti da papa San Giovanni Paolo II: il primo, dedicato al Padre, ricco di Misericordia, il secondo allo Spirito Santo, agente principale dell’evangelizzazione e l’ultimo al Figlio Redentore.

Nella parte interna di questa Porta Santa si trova però un antichissimo portale, commissionato nel lontano 1070 da Ildebrando di Soana, futuro papa Gregorio VII (1073-85), benefattore della basilica e del convento sin dai tempi in cui, come cardinale-diacono, ne era amministratore, e pertanto neanche vent’anni dopo il Grande Scisma che tuttora separa la Chiesa Cattolica Apostolica Romana e la Chiesa Ortodossa orientale. Quest’opera venne fusa da un artista di nome Theodoros ma è firmata da Staurachios, di cui si sa solo che proveniva da Chio (anticamente detta Scio), un'isola greca dell'Egeo orientale di fronte alla costa turca. La massiccia porta è detta “bizantina” in quanto realizzata a Costantinopoli ma fu finanziata e donata dal console amalfitano Pantaleone, un ricco mercante, allora ivi residente, per la remissione dei suoi peccati, poiché questi si arricchì molto facendo commercio di schiavi musulmani e cristiani, traffico proibito dalla Chiesa. La porta, detta anche “bronzea” ma realizzata per la precisione in oricalco (una lega di rame, zinco e piombo), è costituita da 54 formelle, disposte su nove registri, e rappresenta una delle più interessanti e rare testimonianze ancora esistenti dell’arte bizantina. Ciascuno dei due battenti è diviso longitudinalmente in tre strisce e ogni striscia in nove formelle, nelle quali sono raffiguranti episodi e personaggi dell’Antico e Nuovo Testamento, accompagnati da iscrizioni esplicative. I primi dodici pannelli in alto a sinistra illustrano le dodici feste della liturgia bizantina e possono aiutarci a riscoprire, con lo spirito ecumenico che caratterizza la basilica ostiense, la bellezza e la profondità dell’iconografia bizantina. Questa preziosissima porta si è in realtà miracolosamente salvata, subendo solo lievi danneggiamenti, dall’incendio che, nella notte tra 15 e il 16 luglio 1823, ha purtroppo distrutto gran parte della basilica di San Paolo Fuori le Mura, all’epoca la più grande di Roma, maggiore persino di quella vaticana, a causa della negligenza di uno stagnaio, che, dopo aver riparato le grondaie del tetto della navata centrale, dimenticò acceso il fuoco che aveva usato per il lavoro. Un frammento della scena raffigurante la Pentecoste fa parte oggi delle collezioni del Museo del Palazzo di Venezia.

In occasione dell’Anno Santo Paolino (giugno 2008-giugno 2009), indetto dall’allora papa Benedetto XVI per celebrare il Bimillenario della nascita dell’Apostolo Paolo, fu in realtà realizzata per la basilica ostiense una nuova Porta Santa, nota come Porta Paolina, la prima da sinistra nella facciata, esattamente simmetrica all’attuale Porta Santa, e attualmente anche l’ingresso principale della stessa basilica. Sia l’evento giubilare che il nuovo portale sono stati proposti dal cardinale torinese Andrea Cordero Lanza di Montezemolo (1925-2017), figlio dell’ufficiale Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, una vittima alle Fosse Ardeatine, e cugino del padre di Luca Cordero di Montezemolo, che allora venne nominato da papa Benedetto XVI (2005-2013) primo arciprete della basilica. Lo stesso prelato piemontese commissionò il nuovo portale allo scultore, medaglista e incisore romano, di origini friulane, Guido Veroi (1926-2013), che conosceva personalmente e stimava molto. Fu inaugurato il 28 giugno 2008, giorno di apertura dell’Anno Santo Paolino, prima della celebrazione dei primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, liturgia presieduta da papa Benedetto XVI, alla presenza del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, in carica dal 1991, e dei rappresentanti delle altre Chiese e comunità cristiane.

L’opera del maestro Veroi, il quale ha anche realizzato la teca-reliquiario, collocata nella Confessione della stessa basilica, che custodisce gli anelli della catena con cui fu legato Paolo, trattenuti alle estremità da due riproduzioni di una moneta romana, disegnate dallo stesso Veroi, ma soprattutto la copia bronzea della statua equestre del Marc’Aurelio, oggi al posto dell’originale al centro di piazza del Campidoglio, è collocata sotto un cartiglio che domina al centro della trabeazione marmorea, incastonato in una ghirlanda di fiori sorretta da due angeli ai lati. Presenta l’iscrizione “Introite portas ejus in confessione” (Sal 99, 4), tratta dal salmo 99, detto “Jubilate Deo” (“In rendimento di grazie”). La porta è composta da due ante lignee, ciascuna comprendente due formelle intervallate da tre placche, tutte in bronzo. La lettura iconografica va fatta orizzontalmente, se si segue un mero criterio cronologico: nel registro più alto troviamo, sotto le placche con inciso il primo passo biblico di riferimento tratto, in questo caso, dalla Prima Lettera ai Corinzi, scritta dallo stesso San Paolo, a sinistra in latino e a destra in greco, la raffigurazione, a sinistra della Lapidazione di Santo Stefano e, a destra, della Conversione di San Paolo. Nel registro inferiore troviamo invece, sotto altre due placche con inciso un secondo passo biblico, tratto stavolta dalla Lettera ai Galati, altro testo attribuito all’Apostolo delle Genti, a sinistra la scena del Saluto tra San Pietro e San Paolo, mentre a destra il Martirio di San Paolo. I fedeli entrano nella Chiesa, che riunisce il popolo dei battezzati e quindi dei salvati, attraverso l’unica porta che è Cristo come egli stesso afferma: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv, 10, 9). Il varco rappresenta, simbolicamente, anche la porta del giudizio, varcando la quale i fedeli acquistano la dignità di celebrare, entrando nel nuovo mondo celeste della liturgia che unisce tutti in Cristo.

Ogni basilica papale a Roma è dunque, senza dubbio, un autentico scrigno non solo di spiritualità ma anche di arte, in quanto conserva una ricchezza artistica di inestimabile valore e pertanto visitare questi luoghi non è solo un atto di fede e devozione ma, allo stesso tempo, una delizia per gli occhi che contemplano così tanta bellezza, riflesso di quella divina.