TRIPPLUS_LA BATTAGLIA DI VIENNA_foto

Nove metri di altezza e quattro e mezzo di larghezza: sono le eccezionali dimensioni della più grande tela ad olio tuttora conservata nei Musei Vaticani. Il soggetto del dipinto è il combattimento tra gli Ottomani e l’esercito cristiano, guidato dal re polacco e granduca di Lituania, Jan (Giovanni) III Sobieski (1629-1696): ebbe luogo l’11 settembre 1683 alle porte della capitale dell’impero asburgico, Vienna. In omaggio a quest’illustre ed esperto condottiero, che partecipò a circa venti battaglie, la sala dove il quadro è ospitato porta il suo cognome. L’autore è il polacco Jan Alojzy Matejko (1838–1893), noto per le sue opere, raffiguranti personaggi storici e scene belliche, che nel 1883 volle così celebrare il secondo centenario di questa storica battaglia. Con questo lavoro il pittore, che fu anche il destinatario di uno dei “biglietti della follia” indirizzati dal filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, volle partecipare all’Esposizione Internazionale di Belle Arti, tenutasi proprio in quell’anno a Roma: vi riscosse un grande successo tanto che vollero assegnargli come ricompensa ben 80.000 fiorini pontifici che però l’artista rifiutò, preferendo donare la tela, assieme ad una deputazione di rappresentanti del popolo polacco, al papa in carica, Leone XIII (1810–1903), in occasione di un’udienza tenutasi il 16 dicembre di quello stesso anno. La scena della donazione al pontefice, che aveva scelto di rimanere recluso in Vaticano, dopo la caduta dello Stato della Chiesa, è peraltro affrescata dal pittore romano, di origini tedesche, Ludovico Seitz (1844–1908) nella volta a botte della seconda sezione della Galleria dei Candelabri, sempre nei Musei Vaticani.

Al centro della tela del Matejko troneggia il re polacco, maestoso sul suo cavallo affiancato alla sua sinistra dal giovane figlio, il Principe Giacomo, anch’egli a cavallo. Il monarca indossa un prezioso costume, di color azzurro e oro, e impugna con la mano sinistra lo scettro regale aureo. Da destra avanzano verso il re i nobili condottieri della Lega Cristiana, guidati dal Duca Carlo di Lorena, che si scopre il capo in segno di omaggio. A sinistra si scorge, vicino al bottino di guerra, un soldato, che abbassa l’asta con lo stendardo oro e azzurro del Profeta Maometto, deponendolo ai piedi del cavallo del sovrano polacco. Questo vessillo venne donato al Gran Visir, Merzifonlu Kara Mustafà Paşa (1634/1635–1683), comandante supremo dell’esercito ottomano, dallo stesso sultano Maometto IV, con il preciso mandato di issarlo sull’altare della Basilica di San Pietro. Kara Mustafà si era pertanto ben attrezzato, potendo contare su un’armata composta da ben trecentomila uomini, mentre la Lega Cristiana disponeva di appena settantamila soldati, e non prese in considerazione la possibilità di un attacco nemico dal monte che sovrastava la città di Vienna, il Kahlenberg, raffigurato nella tela proprio alle spalle dell’accampamento turco. Da questa altura che domina la città, a nord, il giorno 11 settembre 1683, venne celebrata una Santa Messa, servita dal re polacco davanti a tutto l’esercito posto in semicerchio e durante la quale venne predetta una vittoria senza precedenti. La celebrazione si concluse con l’insolita esortazione: “Ioannes vinces!” (Giovanni vincerai!). All’alba dell’11 settembre, mentre il sole splendeva sui due eserciti da cui dipendeva il destino dell’Europa e le campane della città squillarono, con donne e bambini che pregavano nelle chiese, implorando l’aiuto della Vergine Maria, il Sobieski, con la sua cavalleria di Ussari alati, al grido di battaglia “Gesùmmaria”, piombò improvvisamente sul nemico. Una scia di questi cavalieri è infatti raffigurata nella tela alle spalle del re. I soldati innalzano i vessilli della Polonia, che ritroviamo anche nella cornice lignea del quadro, decorata con lo stemma della Confederazione Polacco-Lituana, guidata dal Sobieski dal 1674 al 1696: sono l’aquila del regno polacco e il cavaliere del granducato di Lituania, collocati in quattro campi rossi. Sullo sfondo si intravede infine la città di Vienna, mentre il cielo azzurro è attraversato da un luminoso arcobaleno e una colomba bianca spicca il volo sopra l’esercito a simboleggiare il patto d’alleanza tra l’uomo e Dio. Dopo quasi due mesi di duro assedio, iniziato il 14 luglio 1683, la scontro si risolse così in appena dodici ore con l’attacco finale che avvenne pertanto il giorno seguente, 12 settembre.

L’esperienza del re condottiero fu senza dubbio decisiva per fermare il massiccio esercito islamico ma questa storica vittoria è stata attribuita alla miracolosa intercessione della Madonna di Loreto e ciò si può cogliere da un dettaglio, presente nella tela: alle spalle del re è immortalato un frate minore cappuccino, Marco d’Aviano (1631-1699), che brandisce un’icona raffigurante la Vergine Lauretana. Questo religioso, al secolo Carlo Domenico Cristofori, nato a Villotta d’Aviano, nel Pordenonese, con fama di taumaturgo, venne chiamato a Vienna da Leopoldo I d’Asburgo, imperatore d’Austria, che lo volle suo consigliere personale, e fu in grado di far giungere, con un’inaspettata abilità diplomatica, aiuti dalla Spagna, dal Portogallo, da Firenze, da Genova, da Venezia e dalla Polonia, riuscendo persino a sanare l’antipatia e la rivalità tra Giovanni III Sobieski e lo stesso imperatore Leopoldo I. Venne così nominato dal pontefice allora regnante, il Beato Innocenzo XI (1611-1689), Gran Cappellano della Lega Santa Cristiana, che di fatto egli riuscì a ricostituire. Fu sua l’iniziativa di celebrare la suddetta funzione liturgica propiziatoria prima di imbracciare le armi per combattere. Questa religioso e mistico, in Italia purtroppo poco conosciuto, si meritò pertanto non solo l’appellativo di “Salvatore d’Europa”, ma soprattutto l’eccezionale sepoltura, essendovi l’unico non appartenente alla Casa Reale, nella Cripta degli Imperatori (Kapuzinergruf), sotto la Chiesa dei Cappuccini a Vienna. Tuttora in Austria e nell’Europa dell’Est la sua figura è oggetto di studio nelle scuole.

La presenza nel dipinto dell’effige mariana non è casuale: dopo la battaglia, infatti, sotto le macerie, fu trovata una bella immagine della Madonna di Loreto, nei cui lati era scritto: “In hac imagine Mariae victor eris Joannes; In hac imagine Mariae vinces Joannes” (“In questa immagine di Maria sarai vincitore, o Giovanni; in questa immagine di Maria vincerai, o Giovanni”). Si trattava sicuramente di un’immagine portata lì da un altro francescano, il frate minore osservante abruzzese San Giovanni da Capestrano (1386–1456), più di due secoli prima, per impetrare aiuto e protezione durante le lotte contro i Turchi in Ungheria e a Belgrado. Il giorno dopo la vittoriosa battaglia il re e tutto l’esercito fecero il loro ingresso trionfale in una Vienna in giubilo e Sobieski volle che padre Marco portasse questa prodigiosa effige fino alla chiesa dedicata della Madonna di Loreto, la cui devozione è tuttora molto diffusa in Austria e in Polonia, e lo stesso monarca volle far celebrare dallo stesso frate sacerdote una Santa Messa votiva per rendere grazie alla suddetta Madonna. Durante la celebrazione Sobieski rimase sempre in ginocchio, come assorto, mentre il frate predicatore salì il pulpito e fece un grande discorso di circostanza, applicando al re Giovanni il testo evangelico: “Fuit homo missus a Deo cui nomen erat Joannes” (“Ci fu un uomo inviato da Dio, il cui nome era Giovanni”). Alla fine della sacra funzione il re Sobieski intonò il canto di ringraziamento del “Te Deum” e poi, con voce calda e poderosa, intonò anche l’incipit del salmo 115: “Non nobis, Domine, non nobis!” (“Non a noi, Signore, non a noi”). I sacerdoti presenti, commossi, risposero con il successivo versetto dello stesso salmo: “Sed nomini tuo da gloriam” (“Ma al tuo nome dà gloria”). Queste stesse parole sono incise, in latino, in alto, nella cornice del quadro, a sottolineare appunto che la salvezza dell’Europa cristiana avvenne per intervento di Dio e per intercessione della Vergine Maria, invocata con la preghiera del Santo Rosario da padre Marco d’Aviano e dal popolo viennese. Sobieski inviò subito un messaggio al Beato Innocenzo XI per annunziargli la vittoria, contenuto nella lettera annunciatrice della liberazione di Vienna che lo stesso sovrano, nel dipinto, porge con la mano destra al messo papale. I termini della missiva mostrano l’umiltà e la fede dell’eroe: “Venimus, vidimus, et Deus vicit” (“Siamo venuti, abbiamo veduto, e Dio ha vinto”). Queste stesse parole, che ricordano la storica frase pronunciata da Caio Giulio Cesare in occasione di una sua importante vittoria, sono incise invece in un cartiglio posto centralmente nella cornice sotto il dipinto. Una solenne ambasciata portò in seguito allo stesso pontefice il bottino di guerra costituito dal grande stendardo di Maometto IV e dalla tenda del Gran Visir, oltre che da una bandiera cristiana sottratta dai Turchi ed in seguito riconquistata. Il Beato Innocenzo XI, anch’egli riconoscente alla Madonna di Loreto per la grande vittoria, inviò alla Santa Casa di Loreto la bandiera e la tenda: il vessillo si conserva ancora nella Sala del Tesoro del santuario marchigiano mentre con la tenda fu confezionato un prezioso baldacchino che si usa solo nelle grandi solennità.

In realtà c’è un altro episodio che ha reso immortale questo coraggioso frate friulano: vi sono varie ipotesi sull’origine della diffusissima bevanda denominata “cappuccino” detto anche “caffè viennese”. Secondo la versione più suggestiva, proprio in occasione del tentativo di assedio di Vienna nel campo turco furono trovati molti sacchi di caffè, diffuso in Oriente ma non ancora conosciuto in Occidente. Un prigioniero ottomano spiegò come si facesse, e anche padre Marco, incuriosito, volle assaggiarlo, ma appena sorseggiato lo considerò troppo amaro e pertanto provò ad addolcirlo con del latte o con della panna e allora qualcuno notò che il colore ottenuto dalla bibita era simile a quello del saio dello stesso frate, e allora, in suo onore, fu chiamato “cappuccino”. Meno certa sarebbe invece l’invenzione del cornetto, il croissant, la cui forma e nome riprenderebbero quella della luna crescente o falce di luna, che tuttora è il simbolo identificativo non solo della Turchia ma dell’Islam e che nel dipinto del Matejko si intravede sulla sommità della tenda ottomana.

Innocenzo XI, di cui troviamo il profilo in un piccolo tondo a sinistra del quadro, in pendant con il ritratto di Leone XIII sulla destra, volle istituire, come ex-voto, proprio il giorno 12 settembre, in ricordo di questa miracolosa impresa, la memoria liturgica del Santissimo Nome di Maria. Ricordiamo che, nella stessa data dell’inizio della battaglia, oltre trecento anni dopo, nel 2001, fu sferrato, negli Stati Uniti, un altro terrificante attacco alla Cristianità che stavolta andò a bersaglio, e, in quell’occasione, un altro pontefice, il polacco San Giovanni Paolo II, vide allora la necessità di ripristinare questa ricorrenza, cancellata dal calendario liturgico intorno al 1970, dopo l’accurato lavoro storico compiuto dal Concilio Vaticano II secolo, per mancanza di memoria dell’avvenimento, e beatificò nel 2003 padre Marco d'Aviano, protagonista dello storico evento.