TRIPPLUS_LA COLONNA DELLA FLAGELLAZIONE_foto

 

Sappiamo che a Roma, cuore della Cristianità, si conservano un frammento della Croce e altre significative reliquie della Passione di Cristo in una basilica che è stata appositamente eretta per ospitarle, come ne attesta anche l’intitolazione: Santa Croce in Gerusalemme.

Uno di questi preziosi oggetti, la “Colonna della Flagellazione”, è anch’esso conservato nella Città Eterna ma in un’altra antica basilica, quella di Santa Prassede. La targa antistante recita che fu portata a Roma da Gerusalemme nel 1223 dal cardinale romano Giovanni Colonna (†1245, nomen omen!), all’epoca legato apostolico in Oriente durante la quinta Crociata (1217-1221), avendo ricevuto anche ordini da papa Onorio III (1216-1227) di portare a Roma tutte le reliquie possibili per salvarle dagli infedeli. Il porporato, dopo l’assedio della città portuale egizia di Damietta, avrebbe così riscattato dai Saraceni la preziosissima reliquia, che secondo antichissime testimonianze, risalenti al secolo IV, era custodita a Gerusalemme dove era identificata nel cippo cui Gesù fu legato per subire la flagellazione. La colonna venne in seguito vista dalla pellegrina Egeria nel 383 e da Antonino da Piacenza, nel 570, nella chiesa dei Santi Apostoli sul Monte Sion di Gerusalemme, dove probabilmente fu portata dai Cristiani dopo la distruzione della città dell’anno 70. La chiesa venne però distrutta dai musulmani nel 1009 e successivamente ricostruita nel XII secolo con il nome di Santa Maria in Monte Sion. Difficile se non impossibile, dunque, sapere la destinazione delle reliquie contenute nella primitiva chiesa e dove esattamente si trovava la colonna che il cardinale portò a Roma, da chi e in che modo la ottenne. Il porporato volle collocarla nella basilica di cui era titolare, al centro della cappella di San Zenone, dove rimase fino al 1699, quando monsignor Ciriaco Lancetta, uditore della Sacra Rota, la fece spostare in una nicchia, appositamente ricavata all’interno dello stesso sacello, dove tuttora si può osservare, protetta da un reliquiario di bronzo dorato eseguito nel 1898 su disegno dell’artista romano Duilio Cambellotti.

La colonna è alta 63 cm (misura standard per quelle utilizzate per legarvi i condannati che subivano la flagellazione), con un diametro di 40 cm alla base e di 13 nel punto più stretto. Ne mancano alcune parti, che furono asportate a poco a poco per farne dei doni, soprattutto una parte più consistente fu donata da Sisto V nel 1585 ai fedeli di Padova. Da alcuni studiosi questo cippo sarebbe però ritenuto solo un supporto, forse di un tavolo. Prezioso e raro è il materiale di cui è composto: si tratta di diorite marmorizzata (tutte le fonti concordano sul fatto che la colonna della flagellazione fosse “marmorea”) ed un’analisi geologica ne ha inoltre appurato la provenienza: le cave di Faiz Abd El Shebid in Egitto, unico luogo dove è possibile reperire questo minerale.

La fama della colonna era tale che la si può vedere raffigurata anche sul Ponte Sant’Angelo, l’antico Ponte Elio, tra le statue raffiguranti angeli con gli strumenti della Passione, una sorta di Via Crucis per i pellegrini diretti alla basilica e provenienti dalla stessa, realizzate nel XVII secolo sotto la supervisione di Gian Lorenzo Bernini: in particolare la scoviamo in braccio all’angelo scolpito da Antonio Raggi. La troviamo inoltre rappresentata in due opere presenti a Santa Prassede e in molte altre. Alla reliquia è stato dedicato persino un sonetto, scritto nel 1835 dal poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli ed intitolato “Cristo a la colonna”, in cui l’autore manifesta, con il suo solito sarcasmo, dubbi sull’autenticità del reperto, soprattutto per le evidenti ridotte dimensioni dell’oggetto.

Secondo l’antropologo e scrittore tedesco Michael Hesemann, questa storica reliquia non proverrebbe da Gerusalemme ma da Costantinopoli dove già se ne hanno tracce da qualche tempo, come risulta da varie testimonianze. Le autorità della città imperale l’avrebbero donata al cardinal Colonna perché propiziasse loro il pontefice Onorio III, di cui era uno stretto collaboratore. In realtà proprio a Istanbul, all’interno della Cattedrale di San Giorgio, sede del Patriarcato di Costantinopoli, è tuttora conservato un frammento di pietra scura che viene anch’esso identificato con la colonna cui venne legato Gesù mentre veniva flagellato: a portarlo sul Bosforo da Gerusalemme sarebbe stata, anche in questo caso, la madre dell’imperatore Costantino, Sant’Elena. Neanche questo cippo, in pietra scura, è però integro e, in ogni caso, non ha niente a che vedere con quello di Roma.

A Gerusalemme si conserva però ancora una colonna della Passione di Cristo: nel 333, infatti, a un pellegrino anonimo di Bordeaux fu mostrata una colonna della flagellazione, nel Cenacolo, nei pressi del quale, secondo la tradizione, era localizzato il palazzo di Caifa tra le cui rovine sarebbe stata trovata. Questo diede adito a pensare che Gesù potesse essere stato flagellato, non solo nel Pretorio per ordine di Ponzio Pilato, ma anche nel palazzo di Caifa, quando fu insultato e beffeggiato dai soldati. Parecchi secoli dopo, il francescano Bonifacio da Ragusa, Custode in Terra Santa a metà XVI secolo, raccolse ciò che rimaneva della stessa, nella chiesa del Santo Sepolcro, dove la troviamo ancora oggi. Si tratta di un tronco di colonna di porfido rosso, non più alta di un metro. Si può vedere nella cappella dell’Apparizione, di proprietà dei francescani, e si venera in modo particolare il Mercoledì Santo, quando viene baciata dai fedeli.

Le colonne che vengono dunque associate alla flagellazione di Cristo, da considerare autentiche, sono almeno tre. A Bologna in realtà se ne conserva addirittura una quarta: fatta di marmo cipollino nero, la troviamo all’interno della chiesa del Santo Sepolcro, costruita nel V secolo dal vescovo Petronio come battistero ma anche simulacro del Santo Sepolcro costantiniano di Gerusalemme sul luogo in cui sorgeva la sorgente del tempio pagano di Iside e scelto dallo stesso vescovo come suo luogo di sepoltura.

Concludendo, per nessuna si può garantire l’autenticità (sebbene quella di Roma sia da considerarsi la più verosimile) e non abbiamo nemmeno certezza, in verità, che la flagellazione fosse stata effettivamente eseguita legando Cristo ad una colonna, sebbene ciò sia probabile: oltre che nel Vangelo di Marco, anche negli altri tre Vangeli canonici è infatti certamente narrato l’episodio della flagellazione di Cristo (Mt 27,26; Lc 23,16; Gv 19,21), che si contempla peraltro nella preghiera del Santo Rosario tra i Misteri Dolorosi ma non esiste nessun riferimento alla colonna e tanto meno non abbiamo nessuna informazione su quali potessero essere le caratteristiche di questo enigmatico oggetto che ci rimanda, in ogni caso, al più grande e insondabile Mistero che sia accaduto nella storia del mondo.