TRIPPLUS_LA FONTANA DELLE API_foto

Il 28 gennaio del 1916 venne inaugurata la Fontana delle Api, nella sua collocazione attuale, all’imbocco di via Veneto da piazza Barberini. La curiosa fonte d’acqua, restaurata peraltro in occasione del Grande Giubileo dell’anno 2000, venne concepita nel 1644 dal maestro Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) come un fontanile pubblico in prossimità della monumentale Fontana del Tritone. La sua collocazione originaria era all’angolo di palazzo Soderini, tra piazza Barberini e via Felice (oggi via Sistina). In uno dei locali del pianterreno dell’edificio Bernini progettò un “bottino” per l’acqua, ovvero un sistema per raccogliere il flusso idrico di ritorno della Fontana del Tritone, da lui disegnata pochi mesi prima su commissione di papa Urbano VIII Barberini (1623-1644), lo stesso che gli affiderà il progetto, nella basilica vaticana, dell’imponente baldacchino in bronzo dorato che sovrasta l’altare papale e della propria monumentale e scenografica tomba.

La fantasia dell’artista diede a questa, che era una struttura di servizio, l’insolita forma di una conchiglia bivalve aperta. La valva inferiore fungeva da catino, mentre quella superiore, modellata per aderire all’angolo dell’edificio retrostante, era decorata alla base da tre api. Un’iscrizione ricordava l’intervento del papa per la costruzione della fontana e del fontanile come “pubblico ornamento della città”. Questa iscrizione è stata al centro di una curiosa polemica: nel testo originale, infatti, l'ultima riga riportava l’iscrizione «ANNO MDCXLIV PONT XXII», che nelle intenzioni del Bernini voleva probabilmente essere beneaugurante dato che, al momento dell'inaugurazione, mancavano ancora circa due mesi all’inizio del ventiduesimo anno di pontificato del papa committente. La circostanza scatenò però l'ironia del popolo romano, che non aveva particolare simpatia per la famiglia Barberini. Per rimediare all'inconveniente, e nel tentativo di placare le voci, il cardinale Francesco Barberini, nipote del papa, dispose che venisse abrasa l'ultima cifra dell'iscrizione e dunque, dall'originaria scritta XXII venne tolta una I. Ciò non fu sufficiente a sedare la polemica, tanto che iniziarono a circolare le voci che lo stesso nipote augurasse al papa di non arrivare al suddetto traguardo. In ogni caso Urbano VIII morì effettivamente otto giorni prima che iniziasse il suo ventiduesimo anno di pontificato.

Nel 1880, quando a seguito delle grandi trasformazioni di Roma, diventata nel frattempo capitale d'Italia, dai terreni di Villa Ludovisi nacque via Veneto e tutti gli edifici intorno, la fontana finì per intralciare il traffico e venne pertanto smontata e collocata in un deposito comunale, esattamente nel “magazzino dei selci al Testaccio”. Nel 1920, su sollecitazione di vari studiosi, si decise di rimontarla ma la maggior parte dei pezzi non fu purtroppo più ritrovata: ne venne allora commissionata una copia allo scultore romano Adolfo Apolloni (1855-1923). Questi, che ricoprì non solo la carica di presidente dell'Accademia di S. Luca e assessore comunale all'Antichità e Belle Arti ma fu anche senatore e persino sindaco di Roma, impiegò, al posto dell’originario marmo lunense, il travertino, proveniente dalla demolita porta Salaria. La valva inferiore, che in origine era a livello del piano stradale, fu rialzata su una cornice di massi, mentre quella superiore venne altresì collocata in posizione isolata. I frammenti dell’ape centrale e della porzione di valva su cui quest’ultima poggia costituiscono oggi di fatto le uniche parti originarie dell’opera.

Nella loro semplicità iconica, le tre api in realtà irradiano messaggi molteplici. La presenza di questi laboriosi insetti si deve al fatto che erano innanzitutto il simbolo araldico della casata Barberini, cui apparteneva il committente, il cardinal Maffeo, divenuto pontefice nel 1623 e soprannominato lui stesso “ape attica”, anche in riferimento alle sue doti di poeta. In verità i Barberini originariamente si chiamavano Tafani e nella loro arme precedentemente campeggiavano appunto tre tafani: originari del piccolo borgo di Barberino Val d'Elsa in Toscana, oggi frazione del comune di Barberino Tavarnelle, alle porte di Firenze, decisero in seguito di modificare il loro cognome facendo riferimento al loro paese d’origine e si trasferirono prima a Firenze e poi a Roma.

Una prima chiave di lettura ci è offerta dal Trattato dell’Amore di Dio di San Francesco di Sales, edito nel 1616, dove le api vengono paragonate alle anime durante il loro soggiorno terrestre e l'acqua al miele che viene prodotto dalle api per alludere alla dolcezza, alla purezza dell'acqua. Questa interpretazione rimanda ad un simbolismo religioso, poiché allude all'acqua come elemento naturale, segno dell'infinita bontà e misericordia divina e dono della natura in cui si riflette la divinità. Nella fontana, inoltre, il rumore dell’acqua richiama acusticamente il ronzio sottile delle api, dando così vita a una metamorfosi acqua-suono. La fusione perfetta tra divinità e natura, spirito e materialità è uno degli aspetti che caratterizzano la sensibilità berniniana ma appartengono più in generale alla cultura barocca. Allo stesso modo, il gioco di significati e rimandi intellettualistici è anche uno scherzo raffinato rivolto agli osservatori ed appartiene in pieno all'estetica barocca: implica il gusto del messaggio nascosto, da scoprire nelle opere, con un intreccio di contenuti e di significati, spesso a più livelli.

La Fontana delle Api si pone pertanto come un enigma da sciogliere, ma rappresenta anche un capolavoro artistico che rivela un messaggio, diventando un'occasione per meditare e scoprire la presenza di Dio in ogni cosa.