TRIPPLUS_LA_FONTANA_DELLA_BOTTE

In data 24 marzo 1824, in previsione dell’imminente Giubileo indetto per l’anno seguente, l’allora pontefice Leone XII (1823-1829) emise un singolare editto. Tale provvedimento disponeva che dinanzi ad ogni osteria si dovesse costruire un cancelletto di ferro per impedire l’ingresso e, quindi, evitare risse. Chi avesse voluto bere vino lo avrebbe potuto fare facendoselo versare in strada attraverso le grate.

Nel 1926 l’architetto romano Pietro Lombardi (1894-1984), diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove fu anche professore, nonché uno tra i più valenti collaboratori degli insigni colleghi Armando Brasini (1879-1865) e Marcello Piacentini (1881-1960), ebbe l’incarico dal banchiere e senatore del Regno Filippo Cremonesi (1872-1942), all’epoca primo Governatore di Roma, di realizzare dieci fontanelle con i simboli dei rioni dell’Urbe o le particolarità degli stessi. Di queste fonti d’acqua, tutte realizzate in travertino nel triennio 1927-1930, in occasione del quinto anniversario della “marcia su Roma” (1922), una venne purtroppo distrutta durante i bombardamenti nel quartiere di San Lorenzo.

Tra le nove sopravvissute due si trovano nel rione Trastevere. Quella specificamente dedicata a questa storica area di Roma è legata al vino e al suo consumo: è la cosiddetta fontana della Botte, situata in via della Cisterna, dove è addossata ad una parete in laterizio e inquadrata in un arco di travertino. Prende tale nome perché è formata da una base sulla quale poggia un “caratello”, come veniva chiamata anticamente a Roma la botte lignea con la quale si trasportava il vino, dal cui foro centrale fuoriesce un getto d'acqua che si versa nel sottostante tino da mosto e si raccoglie in due concoline quasi a filo di terra. Singolare far fuoriuscire dell’acqua da un recipiente appositamente creato per il vino: in questo caso si tratta dell’Acqua Pia Antica Marcia, un acquedotto riattivato solo nel 1870 da un pontefice, il Beato Pio IX (1846-1878), ripristinando l'antico condotto dell’Acqua Marcia, costruito nel 144 a.C. dal pretore romano Quinto Marcio Re e gravemente danneggiato nel 537 dagli Ostrogoti, capeggiati dal loro re e generale Vitige.

Gli elementi che la costituiscono alludono al commercio del vino, particolarmente fiorente, allora come oggi, a Trastevere, dove fin dai tempi antichi era intenso il traffico di questa bevanda, proveniente per lo più dai Castelli Romani, per la presenza, tuttora, di numerose osterie e trattorie. In particolare, la botte marmorea, posta al centro, è affiancata dalla riproduzione di due misure da vino da un litro, dai bolli delle quali esce l'acqua: ognuna di queste è denominata “tubo”, in dialetto romanesco “tubbo”.

I Romani, che hanno l’abitudine di affibbiare soprannomi a persone e cose, ne hanno in realtà coniati anche per tutte le altre misure del vino. Il “sospiro” o “sottovoce”, ad esempio, corrispondeva ad un decimo di litro, in sostanza un bicchiere: è così chiamato perché solitamente veniva richiesto a bassa voce, perché ci si vergognava di non aver denaro per una quantità maggiore. Il “chirichetto” corrisponde ad un quinto di litro ed il curioso soprannome si deve al fatto che si tratta più o meno della quantità contenuta nell’ampollina del vino che il ministrante porge al sacerdote per versarlo nel calice. L’unico ancora sopravvissuto nel linguaggio comune è il “quartino” o “mezza fojetta” che suggerisce che si tratta di un quarto di litro mentre la “fojetta”, italianizzato in “foglietta”, corrisponde dunque alla misura del mezzo litro.

Fino alla metà del 1500 in realtà non c’era molta precisione attorno al contenitore in cui veniva servito il vino nell’Urbe: gli osti romani erano soliti utilizzare, per la mescita, vari recipienti di terracotta o di metallo che quasi mai venivano colmati esattamente con mezzo litro di vino, frodando in questo modo i clienti. Nel 1588, per porre fine a queste “fraudolente inesattezze” papa Sisto V (1585-1590) decise di eliminare i recipienti nei quali il vino non fosse visibile e fece coniare dei contenitori “ufficiali” in vetro dove si poteva controllare l’esatta taratura del vino servito dall’oste. Fu da allora che la “fojetta ufficiale” doveva corrispondere esattamente a mezzo litro di vino e il recipiente doveva essere obbligatoriamente in vetro, con il collo stretto e la bocca larga, e doveva riportare la piombatura della Camera Apostolica, che allora corrispondeva al Ministero Pontificio delle Finanze. Questa misura divenne il formato più comune tanto che questa denominazione compare in alcune delle 120 vedute del ciclo pittorico della cosiddetta “Roma sparita”, dipinte a fine Ottocento dall’acquarellista romano Ettore Roesler Franz (1845-1907).

La caraffa da due litri era infine detta “er barzilai”. Prende infatti nome da Salvatore Barzilai (1860–1939), avvocato, criminologo e parlamentare italiano, nato a Trieste, allora territorio austro-ungarico, da famiglia di origine ebraica. Questo onorevole era solito, nei banchetti elettorali, offrire il vino ai suoi elettori in recipienti di tale capacità.

Per concludere il rapporto tra Roma e il vino è sempre stato molto forte, tanto da essere stato celebrato anche nell’edilizia pubblica e persino nel famosissimo brano musicale “La società dei magnaccioni” o “La società de li magnaccioni”, di origini e attribuzione ignota, a metà strada tra una canzone romana e uno stornello.