TRIPPLUS_LA ROMA DI GIANO

Il primo mese dell’anno, gennaio, in latino Ianuarius, deriva il suo nome dal dio romano Giano (Ianuus), il protettore di ogni ingresso (la parola latina “ianua” significa porta, soglia ma anche passaggio coperto) e di ogni inizio. Veniva invocato prima di ogni impresa e attività e proteggeva le partenze e i ritorni. In generale rappresentava ogni forma di passaggio e mutamento. Gennaio è infatti il mese che apre le porte del nuovo anno. Con il suo aspetto bifronte esemplificava anche il momento di passaggio del tempo, rivolto indietro verso l’anno appena trascorso, ma allo stesso tempo teso a guardare ai giorni futuri.

Nell’antica Roma il culto di questa divinità era molto diffuso e tuttora rimangono nell’Urbe tracce del suo culto, a cominciare dalla toponomastica: il Gianicolo, sebbene non compreso nel novero dei sette colli, deriva il suo nome proprio da Giano che, secondo una leggenda, vi avrebbe fondato la città. Doveroso è intanto precisare che, invece, non ha niente a che vedere con questa divinità il cosiddetto “Arco di Giano”, eretto nel Foro Boario e tuttora in piedi: in realtà si tratta di un arco onorario, probabilmente identificabile con l'Arcus Constantini (Arco di Costantino) che, secondo le fonti, fu innalzato proprio in quella zona, il Velabro, ai piedi del Palatino, da cui l’Urbe si è sviluppata.

Il più antico monumento dedicato nell’Urbe a Giano sarebbe piuttosto lo Ianus Geminus, eretto nel Foro Romano. Secondo le fonti antiche fu voluto dallo stesso Romolo o dal suo successore, il sacerdote sabino Numa Pompilio. Non sappiamo bene dove si trovasse esattamente. Pare che sorgesse vicino alla Curia, sulla via chiamata Argiletum, e sembra che sia stato distrutto e poi ricostruito nella piazza del Foro Transitorio da Domiziano, quando quest’imperatore restaurò la Curia (94 d.C.): quindi i suoi resti dovrebbero trovarsi sotto l’attuale via dei Fori Imperiali. Forse si trattava di un’antica porta della città, con al centro del passaggio il simulacro bifronte del dio. L’unica testimonianza di questo edificio è una sua schematica rappresentazione in una moneta di epoca neroniana (66 d.C.). Conosciamo però la sua forma e la sua funzione: non era un vero e proprio tempio ma un “passaggio coperto” ad arco, chiuso da porte sui due lati.

Un autentico tempio dedicato a Giano si trovava anche nel Foro Olitorio, il mercato ortofrutticolo dell’antica Roma, sotto le pendici occidentali del Campidoglio. Era stato costruito da Gaio Duilio, all’epoca console, durante la prima Guerra Punica (260 a.C.), “iuxta theatrum Marcelli” (“vicino al Teatro Marcello”). Era il terzo di tre templi affiancati e di epoche diverse: gli altri due erano dedicati a Spes (Speranza) e Iuno Sospita (Giunone Propizia). I loro resti, inglobati nella chiesa di San Nicola in Carcere, sono riemersi nel 1929, durante lo sventramento del quartiere che, dal Medioevo in poi, si era sovrapposto ai Fori Olitorio e Boario, tra il Campidoglio e il Tevere. Oggi ne rimangono alcune delle colonne ioniche dei portici sui lati lunghi e, sotto la chiesa, sono visibili i resti interrati del podio.

Spostandoci di pochi metri potremo allora ricostruire la provenienza delle due misteriose erme, a ben guardare quadricipiti, che possiamo ancora oggi ammirare sui parapetti di uno dei due passaggi pensili che collegano l’Isola Tiberina alle sponde del Tevere: il ponte Fabricio, il più antico di Roma, seppur ricostruito nel 62 a.C., in sostituzione dell’originario, probabilmente ligneo, noto anche oggi come Ponte Quattro Capi. Sono finite lì dopo aver girovagato un po’: sappiamo infatti che in precedenza si trovavano alle spalle del ponte, all’ingresso dell’area del Portico d’Ottavia, davanti alla chiesa di San Gregoriode quatuor capitibus”, oggi nota come San Gregorio della Divina Pietà, così chiamata in quanto, sorgendo in prossimità del Ghetto, sullo spiazzo antistante si tenevano le prediche obbligatorie che venivano imposte agli Ebrei romani per tentare di operarne la conversione. Si sa poi per certo che nella seconda metà del Seicento erano quattro ed erano sul ponte. Nel Settecento, invece, furono separate e distribuite fra San Gregorio (tre) e piazza San Bartolomeo all’Isola (una). Un secolo più tardi le sculture litiche erano solo due di cui quella davanti alla basilica di San Bartolomeo all’Isola estremamente rovinata. Nel 1849 i busti scolpiti sono ancora un paio ma collocati in luoghi diversi: uno è caduto ma piazzato davanti San Gregorio, mentre l’altro nella piazza antistante la basilica. Poco dopo, sempre dai documenti dell’epoca, le troviamo murate sulle spallette dei due ponti, il Fabricio e il Cestio. I conti sul numero delle erme però non tornano e neppure la datazione di questi insoliti busti. I tratti arcaici di quei volti marmorei e le loro pettinature, che rimanderebbero agli albori della civiltà romana, fra il V e il IV sec., in realtà risalgono, in base ad accurate indagini archeologiche, al I sec. a.C. e, nello specifico all’epoca augustea. Il riferimento toponomastico “quattro capi” si dovrebbe pertanto riferire non al numero delle teste scolpite in ciascun busto ma alla loro collocazione in quattro punti diversi e, di conseguenza, al loro numero. Le due erme mancanti non sono in ogni caso andate perse o distrutte ma solo rimosse e tuttora rintracciabili a Roma: una pare addirittura inserita nella collezione di un museo romano, mentre l’altra ricollocata a pochi metri dall’Isola Tiberina e, precisamente, montata a fianco del busto del poeta romanesco Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863), nel monumento-fontana in travertino, realizzato dallo scultore nisseno Michele Tripisciano (che peraltro rinunciò al compenso) per celebrare il cinquantenario della morte del poeta (1913) nella piazza che da allora prese nome da costui.

Scrutando con attenzione le due erme ancora sul ponte possiamo notare che rappresentano un vecchio e un giovane, il primo raffigurato con la barba mentre il secondo senza, ma si tratta dello stesso volto, con le stesse fattezze fisionomiche: molto probabilmente il volto di un dio, di Giano appunto. Eppure, secondo una leggenda, quelle facce non ritrarrebbero il dio che apre e chiude. Questa versione, evidentemente anacronistica, narra che, verso la fine del 1500, quando Sisto V decise di far restaurare il ponte Fabricio, assegnò tale compito a quattro architetti, i quali, nell'arco del periodo necessario a svolgere l'incarico assegnatogli, diedero prova di grande scandalo a causa dei loro continui litigi per futili motivi e della perenne discordia che li animava. Il pontefice, noto per la sua fermezza, dopo aver pazientemente atteso che i lavori di restauro giungessero al termine, fece catturare i quattro architetti e li fece giustiziare proprio sullo stesso ponte che questi si erano affaccendati a restaurare. A titolo di monito lo stesso papa fece poi collocare sul ponte delle sculture che rappresentassero i volti dei quattro architetti che, essendo stati in discordia in vita, ora sono condannati per l'eternità a condividere lo stesso spazio.

Anche noi, in questo primo scorcio del nuovo anno, siamo chiamati a guardare avanti ma con la consapevolezza che ciò che ci lasciamo alle spalle non va dimenticato ma ci ha permesso di acquisire quella sapienza ed esperienza di vita che ci tornerà sicuramente utile per affrontare il futuro, ignoto, che ci aspetta.