A Roma, tra le tradizioni natalizie, non c’è solo il monumentale presepe allestito a piazza San Pietro, ma anche quella dei Santi Bambinelli, alcuni addirittura “miracolosi”. Il più famoso è senza dubbio quello conservato nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli, che si erge sull’Arce Capitolina. Ogni anno la notte del 24 dicembre “er pupo de Roma" (così chiamato affettuosamente dai Romani), viene collocato nel ricchissimo presepio settecentesco allestito nella centralissima chiesa, insieme al pannello della "Sacra Famiglia", proveniente dalla bottega di Giulio Romano. Vi segue poi la tradizionale lettura delle letterine da parte dei bambini, che avviene su un “trono” debitamente allestito per tale declamazione. A questa reliquia, riccamente abbigliata con fasce di tessuto dorato tempestato di gemme ed ex voto, che continua a ricevere dai fedeli di tutto il mondo, e con la quale viene impartita, in cima alla scalinata che conduce alla chiesa, una tradizionale benedizione alla città di Roma nel giorno dell'Epifania, vengono inoltre attribuiti numerosi poteri, tra cui quello di guarire malattie gravi e perfino di resuscitare i morti. Secondo la tradizione le labbra del Santo Bambino diventerebbero rosse quando starebbe per concedere una grazia e bianche quando la richiesta a lui presentata sarebbe senza speranza.
La statua, alta sessanta centimetri, sarebbe stata leggendariamente intagliata alla fine del Quattrocento nel legno di un albero proveniente dall’orto del Getsemani, il piccolo uliveto poco fuori la città vecchia di Gerusalemme, nel quale Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l'Ultima Cena. L’autore sarebbe un frate francescano di nome Michele che, per timore di rovinare l'opera con una colorazione imprecisa, una sera, prima di addormentarsi, pregò il Bambino di ispirarlo: al risveglio trovò la statua prodigiosamente dipinta dagli angeli. Il frate decise allora di portare in Italia la miracolosa opera che però, durante il viaggio in nave a causa della tempesta, cadde in mare. Il francescano, disperato, ritrovò la statua sulla riva della spiaggia di Livorno nello scrigno in cui l’aveva deposta. A metà Ottocento il principe Alessandro Torlonia mise persino a disposizione ogni giovedì una carrozza, appartenuta a papa Leone XII, per portare questa prodigiosa statuetta ai malati che non potevano andare in chiesa. Trafugata più volte, tanto che la vera statua si troverebbe oggi all’interno della chiesa di San Giovanni in Giulianello a Cori, al suo posto sarebbe quindi stata collocata una replica che tuttavia è stata rubata nel 1994 e sostituita con una nuova copia.
Quello dell’Aracoeli non è però l’unico Santo Bambinello che possiamo ammirare nella Città Eterna: in un'altra centralissima chiesa romana, la basilica minore di Sant’Andrea della Valle, sin dal 1892 se ne venera uno, ligneo, detto “di San Gaetano”, ospitato nella cappella dedicata alla Madonna della Purità. Questa statuetta richiama la figura di questo sacerdote vicentino, di nobile famiglia, cofondatore, insieme ad altri tre confratelli, tra cui spicca il napoletano Gian Pietro Carafa (1476-1559), allora vescovo di Chieti (l’antica Teate) e futuro papa Paolo IV, dell'Ordine religioso dei Chierici regolari teatini. Gaetano Thiene (1480-1547) il 30 ettembre 1516 (festa liturgica di San Girolamo, patrono del suo casato), a 36 anni, fu ordinato presbitero e durante la solenne celebrazione della Vigilia del Natale 1517 cui prese parte presso la Cappella del Presepe nella basilica di S. Maria Maggiore, dove allora erano conservati i frammenti lignei appartenenti, secondo la tradizione, alla mangiatoia su cui fu deposto Cristo infante, gli apparve la Madonna la quale gli depose tra le braccia lo stesso Bambino Gesù, come confessò lo stesso religioso in una lettera alla sua direttrice spirituale, la suora agostiniana bresciana Laura Mignani (1480-1525).
Per questo motivo il sacerdote vicentino che, in ricordo del suo patrocinio a favore di Napoli, esercitato in occasione di una delle tante pestilenze che periodicamente la affliggevano, fu elevato al rango di copatrono della città partenopea e tuttora è molto venerato come "Santo della Provvidenza", maturò una grande predilezione nei confronti della raffigurazione della Natività tanto da essere considerato l’inventore del presepe napoletano. Come infatti riporta un testo settecentesco, dal titolo “Vita di S. Gaetano Tiene patriarca de’ Chierici Regolari”, nel 1530 il santo realizzò infatti nell’Oratorio di Santa Maria della Stalletta (così chiamata perché era stata ricavata da una stalla) un presepe con figure in legno abbigliate secondo la foggia del tempo, recuperando un’usanza la cui prima “comparsa” all’ombra del Vesuvio pare sia addirittura antecedente al celebre presepe di Greccio, realizzato da San Francesco nel Natale del 1223 e considerato il primo “presepe moderno”. La statuetta conservata a Sant’Andrea della Valle subì la stessa sorte di quella più nota “capitolina”: fu trafugata per ben tre volte e dal 1966 venne sostituita da una copia in stucco, ripresa da un precedente manufatto che si trovava presso un'altra chiesa romana, Santa Maria delle Fornaci, situata in una zona di storica produzione presepiale.
Da Sant’Andrea della Valle proviene però anche un'altra statuetta di un Santo Bambino, meno conosciuto: è custodita ora in una teca nella chiesa di San Salvatore in Onda, a pochi metri da Ponte Sisto, dove sono visibili i resti mortali del presbitero romano San Vincenzo Pallotti (1795-1850), fondatore delle suore "pallottine" e dei padri "pallottini", ai quali è tuttora affidata la stessa suddetta chiesa e l'annesso convento. Fu questi che la utilizzò per la prima volta nell’abside della basilica teatina, quando nel 1846 vi realizzò un imponente presepe, anche stavolta grazie alla generosità della famiglia Torlonia. In occasione dell’Ottavario dell’Epifania, pratica liturgica che il santo sacerdote romano ripristinò, lui stesso soleva farla baciare dai fedeli.
A qualche centinaio di metri, all'interno di un'altra chiesa, Santa Lucia del Gonfalone, originaria sede della Confraternita del Gonfalone, la più antica attestata a Roma, ma oggi affidata ai padri clarettiani, si può ammirare un altro Santo Bambinello, collocato nella terza cappella di destra, dedicata ai Santi Patroni di Roma Pietro e Paolo, su un piedistallo all'interno di una vetrina arricchita da lumi, fiori ed ex voto. L'unica informazione che ne abbiamo, però, è una piccola targa con cornice lignea recante la scarnissima scritta: "donato da una devota di Lorain, Ohio, USA".
Tra la Veglia di Natale e l'Epifania del Signore è possibile infine ammirare, a poche centinaia di metri da piazza Navona, anche un altro simulacro ligneo con le effigie di Gesù Bambino appartenuto ad un santo. Nella chiesa di San Salvatore in Lauro viene infatti annualmente esposto il “Bambinello di Padre Pio”, la statuetta che il frate cappuccino campano (1887-1968), canonizzato nel 20o2 San Giovanni Paolo II (1978-2005), teneva con sé nella sua cella chiamandolo, affettuosamente, il “Bambinello dei baci” proprio perché gli rivolgeva spesso preghiere e lo ricopriva di dolci effusioni. La sacra immagine, delle stesse dimensioni del Bambinello dell’Aracoeli, intagliata da un artigiano ignoto con un unico pezzo di legno, è vestita con una tunica beige che lo veste fino ai piedini e presenta la piccola mano destra con tre dita alzate nell’atto di benedire, mentre quella sinistra tiene stretto un cuore rosso dove arde una fiammella d’oro. Presenta inoltre una corona posta sul capo con incise le parole “Cuor del Mondo”. Un giorno di inizio primavera del 1966 l’attore e cantante Carlo Campanini (1906-1984), torinese di nascita ma romano d’adozione, celebre “spalla” del collega Walter Chiari (1924-1991), e frequentatore del convento di San Giovanni Rotondo, dove volle essere sepolto per la grande devozione nei confronti del religioso campano, che gli valse l'appellativo di "Sacrestano di Padre Pio", nel luogo della clausura vide questo bel Gesù Bambino e chiese al frate cappuccino di poterlo far uscire dalla “clausura” e portarlo nel mondo. San Padre Pio non esitò e glielo donò. La figlia dell’attore, Maria Pia, che ora lo custodisce con devozione, lo presta ogni anno alla chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, molto legata alla venerazione per il religioso campano.
Questo percorso che abbiamo virtualmente compiuto ci consente di apprezzare la profonda attrazione del popolo romano per il Mistero del Natale che riempie di gioia e stupore piccoli e grandi.