TRIPPLUS_L'ACQUA_SANTA_DI_ROMA_foto

Il 15 ottobre 1615 un rozzo contadino scopre una sorgente di acqua nella zona fuori Porta San Sebastiano, nella Valle della Caffarella. Originariamente di colore rossastro ma limpidissima, l’acqua diventa subito molto popolare. Papa Paolo V (1605-1621), allora regnante, si reca personalmente a visionare la sorgente e le attribuisce il nome di Acqua Santa.

Già nota come luogo sacro alla ninfa Egeria, citata in diverse opere di scrittori latini, la fonte da cui sgorga quest’acqua e il bosco sacro di Egeria dovevano trovarsi presso Porta Capena, situata vicino l’attuale piazza romana che ne prende il nome, nella zona dove si incontrano i colli Celio, Palatino e Aventino, all’inizio del primo tratto, allora extraurbano, della Via Appia. La porta potrebbe essere precedente alla cinta muraria serviana.

Secondo la leggenda Egeria, divinità delle fonti e dei boschi, esperta di misteri umani e divini, era l’amante di Numa Pompilio (753–673 a.C.), secondo re di Roma, di origine sabina, che successe a Romolo, regnando dal 715 a.C. fino alla morte, avvenuta nel 673 a.C., alla veneranda età di ottanta anni. Viene ricordato come un sovrano saggio e pacifico, tanto che in tutto il suo lungo regno, durato quarantatré anni, non combatté nemmeno una guerra. A lui, la cui figura è circondata da un’aura di saggezza e spiritualità, tanto da essere noto per la sua religiosità (pietas), si attribuisce la fondazione di molte delle istituzioni religiose e civili di Roma ma tutta questa saggezza gli derivava dalla frequentazione con Egeria. La ninfa appariva a Numa durante colloqui notturni, spesso nei boschi o presso la stessa fonte sacra e gli suggeriva le riforme e le leggi che avrebbero poi plasmato la società romana, servendosi di riti propiziatori. Secondo la leggenda ai primi di gennaio, che lo stesso re introdusse nel calendario romano come undicesimo mese ma che veniva ritenuto come punto di partenza per il rinnovo delle cariche consiliari, Numa era solito appendere una calza nella grotta-tempio della dea e il giorno successivo la ritrovava traboccante di doni: da questa usanza è poi derivata la consuetudine della calza ripiena di dolcetti recata in dono dalla Befana. Alla morte del re, come racconta il noto poeta e scrittore sulmonese Publio Ovidio Nasone, noto semplicemente come Ovidio (43 a.C.–17 o 18 a.C.), nelle Metamorfosi, Egeria era talmente avvinta dal dolore che gli dèi, impietositi dal suo pianto, decisero di trasformarla in una fonte che tuttora porta il suo nome.

A Egeria venivano offerti sacrifici da parte delle donne incinte per il buon esito del parto. Durante il regno di Tiberio (14-37 d.C.) la fonte diviene celebre anche per le sue proprietà curative e, in particolare, per la guarigione delle malattie dello stomaco. Sgorgando dalla fonte, infatti, l’acqua incontra il torrente Almone (oggi denominato anche “marrana della Caffarella”, derivante dall’etimo Almo che richiama il culto della vita e della fertilità e ricalca il nome dal personaggio mitologico di Almone, presente nel settimo libro dell'Eneide) e si raccoglie in un vasto laghetto, noto anticamente come Lacus Salutaris, noto per le qualità terapeutiche delle sue acque.

Nel II secolo d.C. la fonte viene trasformata nel cosiddetto Ninfeo della grotta Egeria, una struttura in laterizio tipica delle ricche ville suburbane della Roma: un bell’esempio di “barocco romano antico” che richiama una grotta naturale, usata per banchetti e momenti d’ozio nei mesi estivi. Si tratta di un ambiente voltato a botte, con tre nicchie su ogni lato lungo e una, più grande, sul fondo, che ospita una statua in marmo di una divinità fluviale, forse raffigurante lo stesso suddetto torrente Almone divinizzato. Il pavimento era in marmo serpentino, le pareti in marmo verde antico e le nicchie in marmo bianco. Mosaici in pasta di vetro con conchiglie e pietra pomice imitavano una vera grotta.

Il ninfeo faceva parte delle vaste proprietà di Lucio Vibullio Ipparco Tiberio Claudio Attico Erode (101–177 d.C.), letterato, politico, filosofo e oratore greco, originario della località di Maratona, nella regione ellenica dell’Attica, che fu anche precettore di retorica, assieme all’africano Marco Cornelio Frontone (100-166/170 d.C.), degli imperatori Marco Aurelio (121-180 d.C.) e Lucio Vero (130-169 d.C.). Erode Attico, che nel 143 d.C. fu nominato console dall’imperatore Antonino Pio (86-161 d.C.), fu però anche protagonista di un truce episodio di cronaca nera ed in particolare (niente di nuovo sotto il sole) di uxoricidio: venne infatti accusato di aver ucciso o, più verosimilmente, fatto uccidere in Grecia la moglie, Appia Ànnia Regilla Atilia Caucidia Tertulla (125 circa–160 d.C.), discendente da Marco Attilio Regolo (299 a.C. circa –246 a.C.), politico e militare romano, nato nel territorio della città volsca di Sora e comandante dell'esercito romano durante l’inizio della prima guerra punica (264-241 a.C.). La giovanissima donna, appartenente alla nobilissima famiglia degli Annii, intorno al 140 d.C. andò sposa al già ricchissimo e famosissimo retore attico, portandogli in dote questi vasti possedimenti lungo la via Appia tra II e III miglio.

Prosciolto nel procedimento giudiziario, Erode Attico volle comunque dare testimonianza ai dubbiosi, che evidentemente non erano pochi, della sua innocenza, dedicando la tenuta alla moglie e disseminandola di monumenti religiosi e funebri. Al nuovo complesso il retore greco diede lo stesso nome del santuario di Demetra a Cnido, di cui era sacerdotessa la giovane moglie: Triopio. All’interno di questo complesso, in seguito inglobato nella residenza suburbana dell’imperatore Massenzio costruita nel IV sec. d.C., spicca anche un cospicuo sepolcro a forma di tempietto nei pressi del III miglio della via Appia, ritenuto ancora oggi uno dei più bei sepolcri dell'antichità: il cenotafio di Annia Regilla. Chiamato impropriamente la tomba di Annia Regilla e noto anche come tempio del dio Rediculo, in quanto nei secoli XVII-XVIII era ritenuto, interpretando lo scrittore comasco Plinio il Vecchio (23-79 d.C.), un tempio dedicato al dio protettore di coloro (rediculi) che ritornavano a Roma dopo essere stati a lungo lontani. Erode Attico abbellì non solo Roma ma anche la Grecia di monumenti in memoria della consorte: tra questi va ricordato, ad Atene, l’Odéon, piccolo teatro in pietra eretto sul pendio meridionale dell'Acropoli, tuttora in ottimo stato di conservazione ma originariamente coperto e concepito per esecuzioni musicali.

Dopo la caduta dell’Impero di Roma, le opere di irrigazione e bonifica sprofondano in rovina e la natura selvaggia riprende il sopravvento. L’età barbarica è probabilmente il periodo più nero per la sorgente. L’intero parco, posto tra la via Appia e la via Latina, si trova infatti sul cammino degli eserciti invasori. Dopo lo storico ritrovamento, all’inizio del XVII secolo, che ci ha restituito non solo una significativa opera d’arte ma anche le sue facoltà curative, papa Alessandro VII (1655-1667), guarito dalla calcolosi bevendo ogni giorno dalla fonte, decide di porre una stele, oggi scomparsa, per ricordarne le qualità terapeutiche. Tra il 1700 e il 1800 il ninfeo di Egeria diventa meta obbligata per i giovani viaggiatori dell’aristocrazia europea: Giovanni Battista Piranesi (1720–1778), Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), il visconte François-René de Chateaubriand (1768–1848) e Hans Christian Andersen (1805–1875) ne lasciano descrizioni e disegni.

La fonte torna a essere un luogo da frequentare anche per i Romani, come testimoniano alcune stampe d’epoca, grazie all’apertura di una tipica osteria fuori porta. Il primo stabilimento termale viene costruito dall’Ospedale San Giovanni, proprietario del terreno dove defluisce l’acqua, con la protezione finanziaria di papa Pio VI (1775-1799) e il contributo del Banco di Santo Spirito. Nel 1818 vengono costruite due strade carrozzabili per collegare l’impianto alla città. Nel 1895 l’ingegnere Francesco Battelli ed il professore Leopoldo Taussing costituiscono una società collettiva, con un capitale di 25.000 lire, per risanare la canalizzazione, costruire eleganti fontanelle in cristallo, migliorare i dintorni della fonte e creare moderni reparti d’imbottigliamento. Viene istituito persino uno speciale omnibus da Porta San Giovanni e iniziano a girare per la città i carri degli “acquasantari”.

Ancora oggi la Città Eterna può dunque vantare questa autentica perla, che riceviamo in eredità dal mondo antico e che abbiamo il dovere di conservare e preservare per il suo prezioso valore.