“Via Tiradiavioli”: era così chiamato a Roma fino al 1914 il tratto di via Aurelia Antica, a pochi metri dall’incrocio con via delle Fornaci, attraversato da un arco monumentale, soprannominato appunto “Arco di Tiradiavoli” ma più noto come Arco di Paolo V (1605-1621), poiché fu costruito da questo papa nel 1612 per sostenere l’Acquedotto Paolo, ancora in funzione.
In realtà questo papa si limitò a ripristinare uno degli antichi acquedotti eretti a Roma in epoca imperiale e, precisamente, il decimo in ordine di costruzione, edificato nel 109 dall'imperatore Traiano (Aqua Traiana), per garantire l’approvvigionamento idrico della regione urbana di Trastevere. Per realizzare questa ingente opera pubblica, che costò ben 400 mila scudi e per la quale reperì i fondi applicando una tassa sulla carne e una, più dolorosa, sul “vino romanesco”, Paolo V Borghese incaricò il ticinese Giovanni Fontana (1540-1614), fratello maggiore dell’insigne architetto Domenico Fontana (1543-1607) e grande esperto in idraulica.
Tornando però alle origini dell’insolito toponimo “Tiradiavoli”, va detto che vi sono due ipotesi. La prima lo farebbe risalire alle numerose memorie dei martiri cristiani, alcuni dei quali trovarono sepoltura lungo la stessa via Aurelia Antica e nell’area circostante e che avrebbero "tirato via i diavoli". L’altra deriva invece da una leggenda popolare secondo la quale da queste parti, in effetti un po’ isolate, passerebbe uno dei fantasmi più celebri di Roma: quello di Olimpia Maidalchini (1592-1657), nota come Donna Olimpia o, essendo persona avida e senza scrupoli, beffardamente soprannominata dai Romani la “Pimpaccia”. Secondo questo racconto la nobildonna, nativa di Viterbo, che divenne sposa, a soli vent’anni, di Pamphilio Pamphilj (1564-1639), fratello di Giovanni Battista, il futuro papa Innocenzo X (1644-1655), apparirebbe nelle notti di plenilunio su un cocchio trainato da quattro cavalli simili a diavoli dagli occhi di fuoco e, provenendo dal luogo dove viveva con il marito, allora da quest’ultimo acquistato come tenuta di campagna (oggi Villa Doria Pamphilj, uno dei parchi pubblici più grandi di Roma), verrebbe trascinata, passando per questa zona e lasciando dietro di sé una scia infuocata, verso Ponte Sisto e, dopo averlo attraversato terminerebbe la sua corsa verso gli inferi inabissandosi nelle acque del Tevere.
Il toponimo “Tiradiavoli” è stato anche erroneamente interpretato in una carta topografica della zona pubblicata nel 1926 in cui la strada è denominata “via Paolo Tiradiavoli”. In realtà questa imprecisione proviene dall’errata interpretazione che l’esecutore della suddetta mappa fece nel leggere una cartografia francese del 1848-49 recante la scritta “Arc Paolo V Tiradiavoli”, confondendo il numero romano del nome papale con la lettera iniziale della parola “via”.
Nelle lunette laterali dell’arco, ad un solo fornice, in peperino rivestito di travertino all’esterno, sono raffigurati due draghi mentre nella chiave di volta è scolpita un’aquila: si tratta dei due simboli araldici della famiglia Borghese cui apparteneva papa Paolo V. Nella parte sommitale del varco sono inoltre presenti, su entrambi i versanti, le iscrizioni che commemorano il ripristino dell’antico acquedotto. Nell'iscrizione verso Roma è però contenuto un sorprendente errore nell’iscrizione “AB AVG. CAES. EXTRUCTUS” ("costruito dall'Imperatore Augusto"). Questa imprecisione può essere motivata con il fatto che, al tempo del ripristino, si pensava erroneamente di aver restaurato un altro acquedotto, l'Aqua Alsietina, o Aqua Augusta, che prende nome dal primo imperatore romano, Cesare Augusto (63 a.C.-14 d.C.), che lo costruì nell’anno 2 a.C. raccogliendo le acque del lago di Martignano (“lacus Alsietinus”), un piccolo bacino nei pressi del lago di Bracciano, per alimentare la Naumachia Augusti, un bacino artificiale da lui edificato a Trastevere con lo scopo di effettuare giochi nautici. Sul versante verso la campagna si legge invece il nome papale di Paolo V e, sulla sommità dell’estradosso, due volute barocche sorreggono, su ambo i lati, due stemmi papali dello stesso pontefice, all’interno di un cartiglio.
Fino alla prima metà del Novecento scorreva peraltro all’aperto anche la cosiddetta “marrana Tiradiavoli” o “Fosso della Pimpaccia” che nel medioevo si chiamava “marrana di pozzo Pantaleo”. Questo corso d’acqua, oggi interrato, nasce dalle sorgenti della Valle dei Daini, all’interno di Villa Doria Pamphilj e, dopo aver attraversato il profondo avvallamento corrispondente all’attuale via di Donna Olimpia, sfocia nel Tevere. La via Tiradiavoli è inoltre citata nelle cronache dell’assalto francese del 3 giugno 1849, che colse di sorpresa i difensori della Repubblica romana. Alle due di notte due colonne francesi arrivavano a Villa Doria Pamphilj, riuscendo ad aprire un pertugio nel muro e a penetrare nel parco.
Lungo via Aurelia Antica, all’altezza dell’incrocio con via di Torre Rossa, è infine ancora in piedi un altro edificio che prende nome dall’antico toponimo dell’asse stradale su cui tuttora si affaccia: la cappella di Tiradiavoli”. Questo piccolo sacello, recentemente restaurato ma ancora inagibile, ricade nella proprietà del Pontificio Collegio Pio Latino-Americano, a pochi passi dalla medioevale Torre Rossa che ancora oggi dà il nome alla suddetta via limitrofa e alla zona, ma se ne ignora quasi tutto. Non si sa con certezza, infatti, a quale santo o santa fosse dedicata, a quale periodo risalga esattamente e se fosse pubblica o privata. In un documento rinvenuto presso il Vicariato di Roma si fa solo cenno ad una associazione di volenterosi, attiva nei primi decenni del Novecento, che si dedicava al mantenimento e al restauro di chiese e cappelle private nel settore nord-ovest di Roma. Fra le strutture che ricadevano sotto la loro lodevole opera di protezione figura, unica su via Aurelia Antica, anche questa antica cappellina.
Il fascino di Roma si manifesta ancora oggi dunque attraverso questi ruderi che però sono testimoni superstiti e tutt’altro che silenti di una storia millenaria.