TRIPPLUS_LE MADONNELLE ROMANE, PERLE DI FEDE E ARTE

Immacolata Concezione”, “Madonna della Pietà”, “Madonna dell’Orazione” Noti titoli mariani ma anche alcune tra le più frequenti tipologie di “Madonnelle stradarole”, come vengono chiamate a Roma le edicole sacre, raffiguranti per lo più la Vergine Maria. Passando per piazze, strade e vicoli della Città Eterna e alzando gli occhi verso l’alto ci si può imbattere spesso in queste immagini, autentiche testimonianze di religiosità popolare. L’origine delle edicole sacre si fa risalire all’epoca di Servio Tullio, sesto re di Roma (578 a.C. – 539 a.C.), quando i “compita Larum” – così venivano allora denominate, avevano lo scopo di proteggere le regioni in cui allora l’Urbe era suddivisa. Dal Medioevo in poi è stata anche la necessità di illuminare gli angoli bui della città, dove serpeggiava violenza caratterizzata non di rado da cruenti agguati ed assassinii, a far porre sui cantoni dei palazzi, ai crocevia delle strade strette e malsicure, un lume davanti ad un’immagine della Madonna.

Alcune di queste edicole sacre hanno inoltre un pregevole valore artistico come, ad esempio, la cosiddetta Imago Pontis (“Immagine di Ponte”), tra le più antiche e grandi di Roma, di cui fa cenno anche Giorgio Vasari. Attestata originariamente sin dal primo Quattrocento prende ancora nome dal rione dove si trova, in via dei Coronari, all’incrocio con vicolo Domizio, in una insolita posizione non elevata: all’epoca era un autentico punto di riferimento tanto da identificare tutta l’area circostante. Il suo aspetto attuale lo deve al cardinale Alberto Serra di Monferrato, allora membro di spicco della Curia pontificia, che secondo le cronache sarebbe morto, forse per l’affaticamento o lo spavento, durante il Sacco di Roma del 1527 dopo una corsa a perdifiato per rifugiarsi nel vicino Castel Sant’Angelo. Questi, dopo aver acquistato il palazzo nelle vicinanze del Vaticano, nel 1523 incaricò l’insigne architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane, all’epoca direttore dei lavori dell’erigenda Basilica di San Pietro, di costruire una nuova edicola in travertino, al cui interno venne collocato un affresco, raro per questo genere di manufatti artistici e oggi molto rovinato, sebbene più volte restaurato. Raffigura in questo caso una Incoronazione della Vergine e la sua esecuzione fu affidata dal Sangallo al suo concittadino Perin del Vaga, uno dei più talentuosi allievi di Raffaello.

Molte di tali immagini sono considerate “miracolose”, poiché vennero loro attribuiti dei fatti prodigiosi tra cui strane e improvvise guarigioni ma alcune vennero persino coinvolte in eventi soprannaturali. In tali casi sono state spesso rimosse dal loro sito originario all’aria aperta e trasferite nelle cappelle delle chiese più vicine. Ciò avvenne principalmente per dare loro una collocazione più dignitosa ma soprattutto per evitare che i luoghi, spesso angusti, dove erano originariamente poste, subissero un sovraffollamento di fedeli che vi sostavano davanti per chiedere la materna protezione e intercessione della Vergine. In questo modo venivano anche preservate non solo dalle intemperie e dall’inquinamento atmosferico ma anche da tentativi di danneggiamento, di furto, oltre che dal deterioramento dovuto al fumo dei vicinissimi ceri accesi davanti o di fianco alle stesse immagini. Tra queste a Roma è particolarmente venerata la “Madonna del Divino Amore”, per proteggere la quale è stato persino edificato il noto santuario e la cui fama è tuttora così notevole che moltissime edicole sacre in tutta l’area urbana capitolina la riproducono.

Un’altra di queste immagini considerate prodigiose ha ispirato persino un tipico modo di dire del dialetto romanesco: “andare a cercare Maria per Roma”. Questa curiosa popolare espressione, usata in riferimento all’enorme difficoltà di trovare qualcosa di nascosto, trae infatti le sue origini proprio da un’altra antica “madonnella”, collocata originariamente sul muro perimetrale della chiesa di Santa Maria in Grottapinta e, quando quest’ultima venne annessa al palazzo degli Orsini, costruito nel Medioevo sui resti della cavea del monumentale Teatro di Pompeo, spostata e riposizionata in un incavo del muro laterale interno di un seminascosto passaggio coperto romano. Questo passaggio, situato a pochi metri da Campo de’ Fiori, tuttora mette in comunicazione via di Grottapinta con piazza del Biscione e per questo è chiamato “Passetto del Biscione” o “Arco di Grottapinta”. Il dipinto, a olio, dedicato alla Madonna della Divina Provvidenza e opera di Scipione Pulzone da Gaeta, attivo a Roma nel tardo Cinquecento, divenne protagonista di un fatto miracoloso insieme ad altre immagini mariane disseminate per il centro dell’Urbe, e allora si decise di preservare l’icona chiudendo uno dei varchi del passetto e rendendo talmente nascosta l’immagine di Maria che i devoti dovevano impegnarsi molto, tra gli stretti vicoli della zona, per individuare questo passaggio così nascosto, improvvisando una vera e propria caccia al tesoro. Per preservare questa immagine si preferì poi trasferirla all’interno della vicina chiesa parrocchiale dei Santi Biagio Carlo ai Catinari ed al suo posto si sono avvicendate numerose altre immagini sacre che, per la maleducazione della gente e l’incuria, venivano sistematicamente danneggiate o rubate. Da qualche anno però, il passaggio coperto è stato restaurato e una copia dell’originario “miracoloso” dipinto è stata ricollocata nell’antica edicola e continua a vegliare maternamente sui passanti.