TRIPPLUS_LE SCALE SANTE A ROMA E DINTORNI_foto

La Città Eterna conserva da secoli alcuni delle più significative reliquie e oggetti di culto che, secondo la tradizione, sarebbero inerenti alla Passione di Gesù Cristo. Tra queste spicca la più celebre e più visitata “Scala Santa”. Questa, secondo una leggenda medioevale, sarebbe la gradinata salita da Gesù in catene per raggiungere l'aula dove venne interrogato da Ponzio Pilato, all’epoca procuratore romano della provincia della Giudea, nella fortezza Antonia (o Torre Antonia) dove questi risiedeva quando era a Gerusalemme e pertanto originariamente nota come Scala Pilati. Nel 326 Sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino I, la ritrovò in Terra Santa e la fece trasportare a Roma. Sappiamo con certezza che era situata nel Patriarchium, l’antica sede dei Papi in Laterano che Sisto V demolì nel 1587 e ricostruì due anni dopo, risparmiando sostanzialmente solo l’oratorium Sanctii Laurentii de Palatio, la cappella privata del Vescovo di Roma, e la stessa scalinata, che fece collocare, come accesso, davanti allo stesso sacello. Questo oratorio è soprannominato Sancta Sanctorum (“Santo dei Santi”), in quanto rievoca quella parte del Tempio di Gerusalemme ove era custodita l'Arca dell'Alleanza contenente le Tavole della Legge: vi erano infatti raccolte alcune delle più preziose reliquie della Cristianità, la maggior parte delle quali è stata in seguito trasferita in Vaticano.

La preziosa scalea è composta da ventotto gradini di marmo, proveniente dall’isola di Proconneso, oggi nel Mar di Marmara, tra il Mar Egeo ed il Mar Nero, e molto usato in epoca imperiale. Nel 1587-88 le pareti, con sorprendente celerità d'esecuzione, vennero abbellite con un corredo pittorico che si estende per ben 1.700 metri quadri e che venne eseguito da diversi artisti, tra cui Andrea Lilli, Giovan Battista Ricci, Giacomo Stella, Paris Nogari, Paul Bril, Giovanni Baglione, Prospero Orsi e altri, sotto la guida di Cesare Nebbia e Giovanni Guerra. Sulla scalinata secondo la tradizione si possono scorgere quattro macchie di sangue: tre sono coperte da croci, due di bronzo e una di porfido rosso. Più tardi, nel 1723, al tempo di papa Innocenzo XIII, i gradini furono coperti con tavole di noce, per impedirne l'usura. Nella seconda metà dell'Ottocento vennero collocate nell'atrio anche alcune sculture. Nel 1853 Pio IX realizzò l’attiguo convento affidando il complesso ai Padri Passionisti, che tuttora lo gestiscono e ancora oggi molti fedeli salgono in ginocchio tutta la scala, pregando e chiedendo grazie.

In realtà a Roma esistono però altre due cosiddette “Scale Sante”. Una, recentemente riconsacrata, funge anche da via di accesso alla chiesa dei Santi Michele e Magno dei Frisoni, situata, in zona extraterritoriale, alle spalle del colonnato di sinistra di piazza San Pietro: è in pietra dura, di 33 gradini e conduce direttamente da Borgo S. Spirito all'interno della chiesa. Una lapide commemorativa indica che la scalinata fu costruita e coperta con volta a botte nel 1603, sotto il pontificato di Papa Clemente VIII, da Bernardino Paolino, Canonico del Capitolo di San Pietro, per commemorare la Passione del Signore e divenne parte interna della chiesa: il pontefice preferiva usufruire di un'altra Scala Santa, nelle vicinanze del Vaticano. Veniva aperta ogni anno durante l'ottava della festa di Michele (29 settembre) e, fino a pochi anni fa, era percorsa in ginocchio dai fedeli e pare anche, piuttosto profanamente, per impetrare la grazia di una vincita al Lotto. I Romani la chiamano "Scala Santa de li presciolosi", di quelli cioè che, andando di fretta, non hanno il tempo di recarsi a compiere la pia pratica della salita in ginocchio presso quella più nota. 

La terza “Scala Santa” romana, simile all’omonima in Laterano, si trova presso la chiesa di San Giuseppe a Capo le Case (“ad capita domorum” per indicarne la posizione periferica), in una cappella alla sinistra del presbiterio. Fu fatta costruire nel 1717 dalla superiora del monastero, affidato all’epoca alle Carmelitane Scalze dette Teresiane, la prima comunità monastica femminile di quest’Ordine fondata a Roma: la madre Serafina della Santissima Trinità la commissionò per la devozione delle consorelle, che, a motivo della clausura, non potevano recarsi presso quella originale. Opera dell’architetto romano Tommaso Mattei (1652-1726), fu benedetta nel 1718 dall’allora Papa Clemente XI ed a questa furono concesse le stesse indulgenze riservate a quella del Laterano, ma ad esclusivo beneficio delle suore di clausura. La cappella è visibile attraverso un vetro che oggi sostituisce la grata del coro, un tempo coperta da un velo nero, attraverso il quale potevano assistere, ben celate, alle sacre funzioni, le monache, dal 1936 definitivamente trasferitesi a via della Nocetta, nei pressi di Villa Doria Pamphilj.

Se poi ci spostiamo da Roma verso il settentrione e raggiungiamo il borgo di Valentano, in provincia di Viterbo, a pochi chilometri dal lago di Bolsena, possiamo rinvenire un'altra sacra gradinata. Si trova all’interno del locale castello, meglio conosciuto come “Rocca Farnese”. Nel 1730 questa fortezza fu concessa, dalla nobile famiglia che lo possedeva e da cui tuttora prende nome, ad una comunità di suore, in questo caso domenicane, e trasformata in un monastero di clausura. Qualche decennio dopo le stesse religiose, forse per ispirazione di San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti e loro confessore, trasformarono in una Scala Santa la scalea cinquecentesca, erettavi all’interno dal porporato Alessandro Farnese il Giovane (1520 – 1589), detto il “Gran Cardinale”, omonimo del nonno, il pontefice Paolo III (1468 – 1549) e nato proprio in quel castello. Composta anche questa dai tradizionali 28 gradini, come il sacro prototipo lateranense, che richiama in modo stupefacente, si differenzia da questo solamente nel crocefisso posto sulla sommità, scolpito anziché dipinto ad affresco e probabilmente utilizzato anche come croce processionale. La scalinata era inoltre affiancata da pitture “profane”, che furono rimosse, essendo non compatibili con la nuova funzione della Rocca, e sostituiti con scene della Via Crucis e della Passione, di mano anonima.

Se scendiamo nel Lazio raggiungendo il paese di Subiaco potremo percorrere, all’interno del Sacro Speco, il monastero fondato dallo stesso San Benedetto ed eretto su una parete rocciosa a strapiombo del Monte Taleo, che domina la vallata del fiume Aniene, un’altra sacra scalinata. Fu fatta costruire dall’abate Giovanni V (1060-1121) per sostituire lo stretto sentiero, lungo il pendio dello stesso monte, che San Benedetto percorreva per passare dalla “Grotta della preghiera” alla “Grotta dei Pastori” ed incontrarvi le persone desiderose di ascoltare le sue parole. Oggi, a causa delle modifiche subite da tutto il complesso nel corso dei secoli, l’originaria Scala Santa è ridotta ad un piccolo tratto.

Proseguendo infine ancora più a sud, in Ciociaria, a Veroli, scopriremo che anche la Basilica Concattedrale di Santa Maria Salome, patrona di questa località, è dotata di una Scala Santa. Venne eretta nel luogo in cui furono ritrovati, nel 1209, i resti della pia donna, testimone del martirio di Cristo e madre degli Apostoli Giacomo il Maggiore e Giovanni Evangelista. Composta da dodici gradini di marmo, la fece realizzare, nella Basilica superiore, il vescovo di Veroli, Lorenzo Tartagni, agli inizi del ‘700. All’undicesimo gradino vi è persino custodita una reliquia della Croce del Calvario.

Questo pellegrinaggio “virtuale” ci fa dunque riflettere sulla ricchezza del patrimonio non solo culturale italiano ma anche di quello spirituale, consolidatosi grazie alla grande fede e devozione dei pellegrini di ogni epoca.