TRIPPLUS_CASA SANTA CATERINA

Compatrona di Roma, d’Italia, d'Europa e Dottore della Chiesa. Nessun’altra donna, per di più di umili origini e in pratica analfabeta, ha ricevuto tanto onore. Lei è Caterina Benincasa, oggi universalmente nota come Santa Caterina da Siena, di cui oggi ricorre la festa liturgica. Non tutti sanno però che questa umilissima ma grandissima ragazza nel 1943, durante la Seconda Guerra mondiale, fu dichiarata da papa Pio XII, a lei profondamente devoto tanto da affidarle nel 1939, appena eletto pontefice, il patronato della nazione italiana, anche protettrice delle infermiere d’Italia. Caterina era di fatto una laica che vestì l’abito delle Sorelle della Penitenza di San Domenico (dette “mantellate” per via del mantello nero), ma non entrò mai in monastero perché volle appunto totalmente spendersi per l’assistenza ai malati negli ospedali di Siena ma anche nel soccorso dei poveri e dei più bisognosi.

Caterina era infatti una persona così amabile che conquistò anche i papi suoi contemporanei, a cominciare da Gregorio XI, cui si rivolse con affettuosa cordialità chiamandolo, in una lettera da lei dettata, “Babbo mio” e che arrivò addirittura a convincere, nel 1376, a riportare a Roma da Avignone la sede del papato di cui si può considerare un autentico “angelo”. Urbano VI, successore di Gregorio XI, la volle stabilmente a Roma tra le personalità eminenti che allora si distinsero per santità di vita e fedeltà alla Santa Romana Chiesa, soprattutto per contrastare gli influenti porporati francesi, all’epoca in stragrande maggioranza all’interno del collegio cardinalizio, i quali non gradivano che il suo predecessore avesse abbandonato Avignone ed elessero l’antipapa Clemente VII, dando così inizio allo Scisma d’Occidente. Fu proprio grazie alle incessanti preghiere di Caterina che venne allora attribuita la sconfitta delle truppe dell’antipapa presso Marino e la conseguente resa di Castel Sant’Angelo, dove si erano asserragliati i partigiani di Clemente VII.

Non è un caso quindi se, proprio nell’area dei giardini che circondano la Mole Adriana, precisamente in largo Giovanni XXIII, Caterina viene ancora oggi ricordata con una imponente statua, sfuggente però agli occhi di molti, attratti dal “Cuppolone” all’orizzonte, che la raffigura in movimento, come nell'atto di chinarsi in un'opera di carità e che sembra accogliere il pellegrino in cammino verso la basilica di San Pietro. La scultura, in marmo, inaugurata nel 1962 e omaggiata ogni 29 aprile dall’amministrazione comunale di Roma, di cui la santa è compatrona, fu realizzata dallo scultore siciliano Francesco Messina, su iniziativa del Comitato Nazionale per le Celebrazioni Cateriniane, nel largo oggi dedicato a papa Giovanni XXIII, all’epoca pontefice regnante, e altro grande devoto della giovane terziaria senese: fu proprio lui che approvò con entusiasmo la costruzione della statua in occasione del quinto centenario della canonizzazione della santa e che volle inciso nel basamento anche il motto “Indocta docuit” (“Non istruita, insegnò”).

Secondo quanto apprendiamo da fra Raimondo da Capua, discepolo ma anche padre spirituale e confessore di Caterina, di cui ha redatto una dettagliatissima biografia, la giovane arrivò per la prima volta a Roma a fine novembre 1378 e vi trascorse gli ultimi due anni della sua breve ma così intensa e feconda esistenza. I luoghi della Città Eterna dove visse e la cappella del Transito dove si addormentò in Dio sono noti ma forse molti ignorano che nel centro di Roma, precisamente nel Rione Regola (a via Monserrato 111-112), c’è addirittura un’intera facciata di un insolito palazzo che la ricorda. Si tratta di un edificio che si nota subito a causa dell’estraneità architettonica con tutto ciò che lo circonda: è la perfetta ricostruzione della casa dove Caterina nacque nel 1347 a Siena, presso Fontebranda, nella Nobile Contrada dell’Oca, penultima dei ben venticinque figli di Jacopo Benincasa, tintore di panni, e di Lapa de’ Piagenti. Da una targa affissa sulla facciata in laterizi scuri con tre terrazzi formati da colonne e archi, decorati con marmo e travertino, apprendiamo che la costruzione fu voluta nel 1912 dall'Arciconfraternita di Santa Caterina da Siena, di cui tuttora è sede, in occasione dei cinquecento anni dalla fondazione dello stesso pio sodalizio, istituito nel 1519 nella zona in cui vivevano e operavano molte persone provenienti dalla città toscana, tra cui alcuni banchieri (Banchi Vecchi), come “Confraternita della Nazione Senese” e intitolato alla loro patrona e più illustre concittadina. La facciata presenta anche un ovale con un altorilievo in cui si scorge una lupa con due gemelli: in questo caso è un duplice omaggio a Roma e a Siena, legate da un’affascinante leggenda, secondo cui Senio e Ascanio (chiamati secondo altre fonti storiche Seno e Aschio), figli di Remo, assassinato dal fratello Romolo, e anch’essi gemelli, per sfuggire allo zio che voleva ucciderli, in quanto eredi del fratello rivale, scapparono dall’Urbe verso l’Etruria settentrionale dove si stabilirono fondando le città di Sena (originario toponimo del centro toscano che prese nome appunto da Seno) e Asciano (da Ascanio).

Nell’epitaffio funebre presso la sacrestia della chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva, dove troviamo le spoglie di Caterina (scomparsa a soli trentatré anni) fra Raimondo da Capua fece scrivere che lei “si fece carico dello zelo per il mondo moribondo” (“mundi zelum gessit moribundi”). Mai come oggi queste parole si incarnano nella nostra precaria realtà che ha tanto bisogno dell’intercessione così potente di questa piccola grande patrona e protettrice.