ORATORIO DEL SS. CROCIFISSO

In questi giorni è balzato agli onori delle cronache il prodigioso e veneratissimo Crocifisso ligneo del XIV secolo, di scuola senese, tuttora ospitato in una cappella della chiesa servita di San Marcello al Corso (in origine era collocato sopra l’altare maggiore). Tutto ciò grazie alla visita di papa Francesco, che si è recato a pregare davanti a questa statua e l’ha voluta accanto in occasione della solenne e storica Benedizione Urbi et Orbi che ha deciso di impartire per scongiurare la fine della catastrofica pandemia che sta flagellando il mondo intero. Conosciamo il grande potere taumaturgico di quell’antico simulacro perché, dalle cronache, abbiamo appreso che rimase miracolosamente illeso nel tremendo incendio divampato nella stessa suddetta chiesa la notte del 23 maggio del 1519. Il cardinale spagnolo Guillén-Ramón de Vich y de Vallterra, all’epoca Titolare di San Marcello, tre anni dopo, nel 1522, a causa di una grave epidemia di peste, con una solenne processione, volle così farlo giungere fino alla basilica di San Pietro per impetrare la grazia divina. In effetti quest’ultima prodigiosamente arrivò dopo che il rito fu ripetuto per ben 16 giorni. La venerazione per quella Santa Croce accrebbe così notevolmente nel popolo romano che lo stesso cardinale e molti nobili romani decisero pertanto di fondare una Compagnia intitolata al SS. Crocifisso, poi eretta in Confraternita da papa Clemente VII Medici nel 1526.

Le finalità della pia associazione erano non solo venerare il SS. Crocifisso e propagarne la devozione ma anche praticare altre opere di misericordia corporale, come dotare fanciulle povere, aiutare i più bisognosi, visitare e curare gli ammalati. La Confraternita crebbe molto per importanza, tanto da essere elevata, nel 1560, al rango di “Arciconfraternita” da papa Pio IV Medici che le concesse anche notevoli prerogative e privilegi. Il pio sodalizio decise pertanto di costruirsi una sede autonoma, anche se prossima alla chiesa di San Marcello, in cui si era fino ad allora svolta la sua attività. Questa sede è ancora in piedi: si tratta dell’Oratorio del SS. Crocifisso, situato in piazza dell'Oratorio, un delizioso ed appartato piccolo slargo tra la chiesa dei SS. Apostoli e la Fontana di Trevi, alle spalle del Teatro Quirino. Un’autentica perla nascosta, sopravvissuta ai numerosi sventramenti urbanistici che Roma ha subito nel corso del Novecento, e senza dubbio un'eccezionale testimonianza dell'ambiente culturale ed artistico del Cinquecento romano.

Il progetto dell’Oratorio (sia l’esterno che l’interno) fu affidato a uno dei più insigni architetti attivi a Roma a quel tempo, il lombardo Giacomo Della Porta, allievo di Michelangelo, che, qualche decennio più tardi, ultimò la cupola della basilica vaticana, concepita dal suo Maestro.

Nel 1563 gli Arciconfratelli sodali poterono prendere possesso dell’edificio, ultimato solo nel 1568, ma il sacello divenne ben presto un importante centro di elaborazione di un particolare genere di musica sacra cui questa tipologia di luoghi di preghiera (dal verbo latino “orare”, che significa appunto “pregare”) venne deputata e ne assunse il nome, per impulso soprattutto del santo, fiorentino di nascita, Filippo Romolo (nomen omen) Neri. Questi, proprio in quegli anni a Roma introdusse questa armonica commistione tra preghiera e animazione musicale alla quale intitolò anche la Congregazione da lui fondata, detta appunto “dell’Oratorio”. Questo genere, caratterizzato da musiche spirituali di carattere drammatico in forma di dialogo, su soggetti tratti dalla Bibbia, in stile recitativo e su testi in latino con un ricco accompagnamento strumentale, ebbe una grande diffusione dal tardo Cinquecento e per i due secoli successivi con importanti esecuzioni di musica sacra, specialmente nel periodo quaresimale e per la festa dell’Esaltazione della Croce. Queste furono affidate a eccellenti Maestri del calibro di Giovanni Pierluigi da Palestrina, del romano Emilio de’ Cavalieri e del palermitano Alessandro Scarlatti (una targa marmorea sulla facciata di un palazzo che si affaccia sulla stessa piazza dell’Oratorio ricorda inoltre che, proprio in quell’angolo di Roma, nacque e morì nell’Ottocento un altro insigne compositore capitolino, Pietro Raimondi).

All’interno l’Oratorio si presenta di dimensioni piuttosto ridotte, come una chiesa in miniatura, ad aula unica, senza cappelle laterali. Chi però per fede, devozione o per semplice curiosità, vi entra può scoprire un autentico scrigno d’arte. Le pareti interne sono completamente rivestite di pregevoli affreschi, tutti eseguiti negli anni immediatamente successivi alla costruzione. Il complesso programma iconografico, elaborato dal nobile romano Tommaso de' Cavalieri, scultore e letterato, nonché intimo amico del grande Michelangelo, e dal pittore bresciano Girolamo Muziano, fu eseguito tra il 1578 e l'ultimo decennio del Cinquecento da alcuni tra i più valenti artisti dell’epoca, tutti esponenti del tardo-manierismo romano. Tra questi figurano il toscano Giovanni de' Vecchi, l’orvietano Cesare Nebbia e il suo allievo Paris Nogari, detto Romano, e i due pittori nativi del borgo di Pomarance, ora in provincia di Pisa, dal quale deriva lo stesso soprannome per entrambi: Niccolò Circignani e Cristoforo Roncalli (quest’ultimo in verità di origine bergamasca, visto l’omonimo cognome del futuro papa orobico San Giovanni XXIII).

Non è difficile intuire il soggetto: lungo le pareti sono infatti affrescate le “Storie della Croce”, mirabile rielaborazione pittorica della “Leggenda della Vera Croce”, narrazione contenuta nelle pagine della “Legenda Aurea”, raccolta medievale di biografie agiografiche composta in latino dal frate domenicano Jacopo da Varazze (o da Varagine), tra il 1260 e il 1298, e resa celebre soprattutto dal racconto dell’”Invenzione della Vera Croce”, in cui il termine “invenzione” (dal latino “invenire”) ha il significato di “ritrovamento”. Secondo quanto narra il monaco, che fu anche a capo della Diocesi di Genova, l’imperatore Costantino il Grande, dopo la conversione propria e della sua famiglia, inviò in Terra Santa la devotissima madre Elena con lo scopo di “ritrovare” alcuni frammenti della Croce su cui fu inchiodato Cristo e di portare queste sacre reliquie a Roma, dove, secondo la tradizione, tuttora si possono vedere e venerare presso la basilica di Santa Croce in Gerusalemme all’Esquilino.

Sulla controfacciata dell’Oratorio sono invece affrescate scene inerenti le "Storie della Confraternita" mentre sull'altare maggiore è collocata una copia del miracoloso Crocifisso per la cui venerazione è stato edificato il sacello e, sotto la stessa scultura lignea, all’interno di una nicchia, una replica fotografica della perduta immagine della “Madonna del Sole”, un’icona mariana anch’essa legata ad un fatto miracoloso e che, dopo una serie di vicissitudini e di spostamenti, fu traslata in questo Oratorio dove però venne trafugata. L’originario soffitto ligneo cinquecentesco andò invece distrutto nel XVIII secolo e fu interamente recuperato in epoca moderna.

Oggi l’”Arciconfraternita del SS. Crocifisso in Urbe” (questo il nome completo) è ancora attiva e ha tuttora sede nell’Oratorio, affidato ad una comunità di suore, ospitate nell’annessa casa, e anche la processione viene tuttora perpetuata ogni Giovedì Santo quando il Crocefisso ligneo viene portato in San Pietro, dipanandosi attraverso le stesse strade già percorse in quel lontano 1522 in cui avvenne il prodigio della scomparsa della Grande Peste da Roma. Speriamo che la sua potenza risanante si rinnovi anche adesso in questi giorni di pandemia.