TRIPPLUS_MICHELANGELO E IL MISTERO DELLA SUA CASA

Michelangelo Buonarroti si spense verso le cinque del pomeriggio di venerdì 18 febbraio 1564 nella sua ultima dimora romana. Oggi però non sono più in piedi quelle mura, su cui fissò il suo estremo sguardo il geniale maestro di Caprese e in cui lasciò alcune sue opere incompiute, tra cui spicca la Pietà Rondanini (oggi conservata a Milano nel Museo del Castello Sforzesco).

Da un inventario che ne fu fatto dopo la morte dell’artista sappiamo che non era una dimora fastosa. Si presentava con una loggia con due archi a piano terra mentre la bottega del maestro era ubicata al pian terreno, vicino al tinello. C’erano anche una fucina, due piccoli mantici e una stalla per il ronzino, ricordato probabilmente tuttora in via Quattro Novembre, a pochi passi da dove la casa sorgeva, dal curioso nome di un pub scozzese che fa riferimento alla testa proprio di un tal esemplare equino. Nel retro vi era anche un piccolo orto dove razzolava pollame, miagolavano gatti e vi si trovava anche una vite, che produceva il moscatello, e un albero di fichi. Al primo piano, due camere da letto con le finestre ad inquadrare a mala pena il cantiere della chiesa di Santa Maria di Loreto, che la Congregazione dei Fornari stava costruendo a pochi metri dal Foro e dalla Colonna di Traiano. L’architetto Bernardo Buontalenti scrive che Michelangelo stesso, “a mezza scala” della sua casa, situata in prossimità del crocicchio denominato “Macel de’ Corvi”, avrebbe scritto un epitaffio che recita: «Io dico a voi, c’al mondo avete dato/ l’anima e ’l corpo e lo spirito ’nsïeme:/ in questa cassa oscura è ’l vostro lato». Al di sotto dell’iscrizione il genio toscano avrebbe anche disegnato in chiaroscuro uno scheletro sulla cui debole spalla gravava la “cassa oscura”, parafrasi del destino umano e allegoria di questa residenza romana, conosciuta, dalle poche descrizioni che se ne traggono, come luogo alquanto modesto e cupo. Il nome della via, Macel de’ Corvi, suona del resto un po’ lugubre e decisamente inadeguata per un artista del suo calibro. Il quartiere era quasi una discarica a cielo aperto, maleodorante e colmo di ogni rifiuto proveniente dalla macellazione degli animali. Il nome stesso evoca proprio corvi che si contendono avanzi di macellazioni, sebbene l’etimologia più attendibile del toponimo derivi dall’esistenza in quella zona di una o più rivendite di carne possedute dalla famiglia Corvi o Corvini. Il grande artista non volle in ogni caso mai lasciare quel colorito “tugurio”, in cui peraltro progettò i magistrali capolavori che lo hanno reso immortale, e gli ingenti proventi accumulati non lo indussero a cambiare il suo tenore di vita. A Macel de’ Corvi, Michelangelo visse solo, circondato dal fidato Urbino (Francesco di Bernardino), il garzone che lo accompagnò per ventisei anni, difendendolo dalla curiosità degli avventori e dai fastidi di uno stuolo di veri o presunti parenti che non di rado lo importunavano per spillargli denaro.

Questa storica casa di Michelangelo, come altri fabbricati del circondario, fu spostata e ricollocata alle spalle di palazzo Bolognetti-Torlonia, all’epoca ancora in piedi, nell’area in cui oggi sorge il Palazzo delle Assicurazioni Generali, e poi demolito per far posto al grande monumento a Vittorio Emanuele II ed al nuovo assetto di piazza Venezia: lo ricordano, a perpetua memoria, ben due lapidi, entrambe apposte su un fianco del suddetto nuovo palazzo prospiciente l’area del Foro di Traiano. L’abitazione sarebbe stata trasferita precisamente al civico 12 di via dei Fornari, dove sarebbe rimasta fino al tramonto del XIX sec., ma di questa casa non è tuttavia rimasto nulla, né disegni né tantomeno fotografie. Dopo il 1874 un prospetto, appartenente ad una casa demolita nei pressi del Campidoglio, venne trasferito in via delle Tre Pile, sul lato destro della più famosa scalinata di Roma, la Cordonata (così chiamata in quanto formata da larghi elementi trasversali in pietra o mattoni detti “cordoni”) capitolina, progettata proprio dallo stesso Michelangelo Buonarroti su commissione di papa Paolo III, nell'ambito dei lavori di risistemazione del colle. In quell’anno, infatti, il Comune di Roma decise di allargare la strada al fine di consentire alle carrozze un più facile accesso al Campidoglio, demolendo alcuni edifici. Questo medesimo prospetto, conosciuto come “Casa di Michelangelo”, lo possiamo ammirare già in un’incisione di Giovanni Battista Falda del 1660 ma con certezza non può trattarsi della presunta casa situata in via dei Fornari. Le dimore romane conosciute dell'artista, prima della casa di Macel de’ Corvi, risultano del resto essere nei rioni Parione e Borgo: nel 1496, in occasione della sua prima visita a Roma, si suppone che abbia dimorato nell’edificio in costruzione in piazza della Cancelleria, di proprietà del cardinale Raffaele Riario, nipote di papa Sisto IV Della Rovere, conosciuto oggi come palazzo della Cancelleria. Successivamente soggiornò in una casa presso Borgo Casale, vicino Porta Fabbrica, varco ora murato e parzialmente interrato, mentre, tra il 1505 ed il 1513, abitò in una casa del Capitolo di S. Pietro vicino al Passetto, prima di trasferirsi, al rientro da Firenze, dove si era nel frattempo trasferito, nella dimora di Macel de’ Corvi nel 1531.

Avvenne poi che, durante il periodo fascista, si rese necessario lo sventramento del colle capitolino per realizzare il primo tratto della via del Mare (corrispondente oggi con via del Teatro di Marcello): il prospetto in via delle Tre Pile allora si salvò soltanto grazie all’intervento di Antonio Muñoz, storico dell'arte e architetto italiano, all’epoca a capo dell’Ufficio delle Belle Arti del Governatorato di Roma, probabilmente anch’egli condizionato dal fatto che quella facciata appartenesse veramente all’ultima abitazione di Michelangelo. Gli elementi architettonici del prospetto (le parti in travertino, peperino ed i mattoni originali) furono conservati per alcuni anni nelle gallerie della Rupe Tarpea finché nel 1939 l’architetto Adolfo Pernier, accademico dei Lincei, chiese al principe Gian Giacomo Borghese, a quel tempo a capo del Governatorato di Roma, l’autorizzazione per ricostruirlo di nuovo ad ornamento presso la Passeggiata pubblica del Gianicolo. L’intento era di nascondere il cosiddetto “Serbatoio Gianicolense”, realizzato dall’AGEA (Agenzia Governatoriale Elettricità e Acque, antenata dell’ACEA, Azienda Comunale Elettricità e Acque e poi Azienda Comunale Energia e Ambiente nel 1941), alimentato dall’Acqua Paola.

Sappiamo infine che anche la sepoltura del grande genio artistico fu particolarmente sofferta ma la sua memoria sopravvive imperitura grazie agli immortali e numerosi capolavori che ci ha lasciato e che speriamo di poter tornare presto ad ammirare dal vivo.