Il 17 settembre 1636 morì a Roma, nella sua abitazione di via dei Pontefici, lo scultore Stefano Maderno o forse Maderni, che fu sepolto presso la chiesa di San Lorenzo in Lucina. In merito alla data di nascita di questo insigne maestro, sia il pittore romano e biografo di artisti Giovanni Baglione (1573 circa–1643) che l’atto di morte dello stesso Maderno attestano che questi aveva sessant'anni al momento del decesso: l’anno di nascita sembra così potersi collocare intorno al 1576. Da una testimonianza inedita fornita però dallo stesso maestro nel gennaio 1596 si evince che egli all’epoca avesse circa venticinque anni e ciò farebbe dunque retrodatare l’anno di nascita intorno al 1570. Non c’è certezza nemmeno sul luogo natale del maestro: il sopracitato Giovanni Baglione (1649) definì il Maderno “lombardo” ma tale indicazione potrebbe riferirsi, in effetti, alle origini della sua famiglia e, infatti, sebbene il Maderno stesso si sia qualificato in diverse occasioni come “romano”, nel 1590 il padre Antonio è specificato come “milanese” nel documento di morte del figlio Giacomo. In ogni caso Stefano Maderno sarebbe nato nella cittadina laziale di Palestrina, da cui proveniva certamente la madre, Francesca Frasca. In base a tutto ciò si può dunque escludere che lo scultore fosse originario del Ticino (Bissone o Capolago) e che fosse il fratello minore dell’insigne architetto ticinese Carlo Maderno (1556-1629), che più di tutti ha inciso nell’architettura urbana durante il pontificato di papa Paolo V Borghese (1552–1621).
A Roma il Maderno compì un periodo di discepolato di cinque anni presso lo scultore fiammingo Niccolò d'Arras, dalla città di cui era nativo, altresì noto come Niccolò Fiammingo e detto anche Niccolò Pippi, il cui vero nome Nicolaus Mostaert (circa 1530–1604), uno dei più accreditati dell'epoca, attivo nella Cappella del Presepe della basilica di Santa Maria Maggiore. Fu probabilmente presso di lui che il Maderno iniziò a praticare il restauro di statue antiche. Il rapporto di apprendistato si interruppe bruscamente nel 1592 allorché Niccolò d'Arras accusò il Maderno di aver sottratto dalla sua bottega alcuni disegni e un modello in bassorilievo, da cui l'allievo avrebbe derivato una fusione a scopo di lucro. In relazione alla produzione di questo primo periodo è ancora incerta l'attribuzione al Maderno della statua di Santa Brigida di Svezia, patrona d’Europa, collocata attualmente nella Cappella del Sacramento della basilica di San Paolo fuori le Mura, ma concepita originariamente per l'oratorio di papa Leone III (750–816), restaurato per volere del pontefice Clemente VIII Aldobrandini (1536-1605) in occasione dell'Anno Santo del 1600 e situato dietro l'altare maggiore della basilica romana.
Maderno scolpì numerose sculture rifacendosi in parte a canoni antichi e la sua copiosa produzione è considerata di transizione tra il manierismo e il barocco. La sua opera senza dubbio maggiormente nota è la statua in marmo bianco, su sfondo di marmo nero, di Santa Cecilia martire, ritratta nella posizione in cui viene abbandonata dal carnefice dopo averla colpita tre volte sul collo senza riuscire a decapitarla. Questa inedita posa si basa sul racconto che si può leggere nella Legenda aurea, una raccolta agiografica scritta dal poeta e agiografo ligure, nonché frate domenicano e arcivescovo di Genova, noto come Jacopo di Varazze (c. 1230–1298), o anche Jacopo o Giacomo da Varagine, antico nome del borgo savonese in cui nacque, proclamato beato della Chiesa cattolica. Sul collo della giovane martire si vedono i tre tagli da cui esce qualche goccia di sangue. Secondo una tradizione, storicamente infondata, la statua riprodurrebbe la posizione esatta in cui, durante una ricognizione avvenuta il 20 ottobre 1599, sotto l'altare della basilica di Santa Cecilia in Trastevere, sarebbe stato trovato il corpo, miracolosamente incorrotto, della ragazza. Questi scavi avvennero per iniziativa del cardinale lombardo Paolo Emilio Sfondrati (1560–1618), allora titolare della basilica trasteverina e nipote di papa Gregorio XIV (1535–1591) ed è allo stesso porporato che si deve la committenza di quest’opera.
In seguito, il Maderno ottenne altre importanti commissioni: in Santa Maria sopra Minerva, nel 1601, realizzò la tomba del porporato piemontese Michele Bonelli, al secolo Antonio Bonelli (1541–1598), detto il cardinale Alessandrino per le sue origini. Lavorò anche in altre chiese romane come San Lorenzo in Damaso, Santa Maria della Pace, Santa Maria di Loreto al Foro Traiano e SS. Domenico e Sisto. Tra il 1608 e il 1615 ottenne importanti commissioni anche nella basilica di Santa Maria Maggiore: il suo nome compare tra gli artisti che presero parte alla decorazione in stucco della Cappella del Ss. Sacramento, come documentano i conti a essa relativi, ma nella basilica liberiana questo insigne scultore ha lavorato soprattutto nella Cappella Paolina. Qui spicca la realizzazione del rilievo raffigurante il Miracolo della neve, in marmo bianco, bronzo dorato e lapislazzuli, che si può tuttora ammirare all'interno del monumentale tabernacolo destinato a custodire la miracolosa icona della Salus Populi Romani. Il modello dell'opera era pronto già nel luglio 1610, quando il Maderno ricevette il saldo del pagamento mentre il rilievo fu compiuto entro il dicembre del 1612.
Di committenza borghesiana è anche un’altra opera che si trova all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore e precisamente nel vestibolo della sagrestia: si tratta del busto in marmo nero del nobile e ambasciatore congolese Emanuele Ne Vunda, noto anche come Antonio Emanuele Ne Vunda o Antonio Emmanuele Funta (in portoghese António Manuel ne Vunda, Príncipe de Nfuta), affettuosamente soprannominato dai Romani “Negrita” o “Nigrita”, morto il 3 gennaio 1608, appena giunto a Roma dopo un estenuante viaggio con molteplici traversie. Il ritratto marmoreo fu realizzato tra 1608 e 1609 con la collaborazione di Francesco Caporale (su questo artista, vissuto tra XVI e XVIII le notizie biografiche sono scarsissime) su incarico del pontefice Paolo V che volle così ricordare lo sfortunato legato africano. Tra le opere commissionate da papa Paolo V Borghese vanno ricordate anche alcune per il Palazzo del Quirinale, tra cui la statua reclina raffigurante San Pietro, realizzata tra l’agosto 1615 e l’ottobre 1616 e adagiata sul frontone del portale d'ingresso dello stesso palazzo in pendant con il San Paolo scolpito dal parigino Guillaume Berthelot (1580–1648).
Verso il 1624 il Maderno si avvicinò alla cerchia di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che in quel momento era alle prese con la realizzazione del baldacchino bronzeo nella basilica vaticana. Per le colonne tortili di quest'ultimo è documentata l’esecuzione da parte dello scultore di “cinque puttini in creta”, pagati dallo stesso Gian Lorenzo Bernini con 12 scudi. Quest’ultimo nutriva una profonda stima del Maderno, perché nel realizzare la statua del “Tritone” (1642-1643) che domina la nota fonte d’acqua alla quale dà il nome, situata al centro di piazza Barberini e considerata uno dei capolavori della scultura berniniana, si è sicuramente ispirato ad una statua, iconograficamente molto simile, raffigurante la stessa divinità e attribuita allo stesso Stefano Maderno. Questa statua si trova in una nicchia all’interno della Fontana dell’Aquilone, la più grande fonte d’acqua del Vaticano, all’interno dei Giardini Vaticani.
Un capitolo a parte è infine quello relativo alla statuaria di piccolo formato che costituisce circa la metà della produzione del Maderno. All’interno di questo gruppo di opere occorre distinguere i bozzetti in terracotta, di soggetto mitologico, spesso siglati e datati dall'artista stesso, dalle fusioni in bronzo da essi derivate, per lo più ascrivibili alla mano di abili fonditori in grado di trasporli in metallo. Tra le migliori fusioni spicca quella dell'Ercole ed Anteo delle Civiche Raccolte del Castello Sforzesco di Milano, mentre tra le terrecotte vanno ricordate quelle conservate presso la Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d'Oro a Venezia e presso il Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo, tra cui una copia del noto gruppo del Laocoonte.
Come abbiamo potuto saggiare siamo dunque in presenza di un altro dotatissimo maestro che ha lasciato anche lui l’impronta della sua arte nel panorama artistico romano.