La Basilicata non offre solo “perle” come Matera o Maratea. Un altro autentico gioiello lucano, meno conosciuto, è Tursi, centro urbano che sorge in provincia di Matera, a 210 m s.l.m. su una collina di formazione arenaria, a metà fra le Dolomiti lucane e la costa ionica e precisamente, tra le vallate dei fiumi Agri e Sinni.
Questa località, che conta circa 5.000 abitanti e fa parte dei Borghi Autentici d’Italia, è stata scelta dal regista e attore lucano Rocco Papaleo come una delle tappe del viaggio raccontato nel suo film Basilicata coast to coast perché vanta una singolare e plurimillenaria storia.
Scavi archeologici eseguiti nel territorio comunale hanno infatti accertato l'esistenza di insediamenti risalenti alla prima Età del Ferro e, precisamente, della colonia greca di Pandosia, fondata, molti secoli prima di Roma (intorno al 1000 a.C.), dal leggendario Enotro, uno dei 23 figli del mitologico sovrano dell’Arcadia Licaone. In questa zona, non lontano da Heraklea (altra colonia ellenica i cui resti sono ancora visibili nel territorio dell’attuale borgo di Policoro) nel 280 a.C. Pirro (319-272 a.C.), il re dell’Epiro, sconfisse i Romani. Dalle rovine di Pandosia, distrutta tra l'81 a.C. e il 72 a.C. durante le guerre sociali condotte dal generale romano Lucio Cornelio Silla (138-78 a.C.), sorse, poco prima dell'era cristiana, l’insediamento denominato Anglona (Anglonum in latino, Agnòne in dialetto locale), derivato dal termine latino “angolum”, in riferimento alla grande ansa formata nei pressi dal fiume Sinni. In seguito, nel 410 i Visigoti di Alarico I invasero la penisola italiana e saccheggiarono anche Anglona, distruggendola quasi completamente. Durante il loro passaggio, però, costruirono una fortificazione sulla collina a metà strada tra i fiumi Agri e Sinni, per meglio controllare le vallate circostanti. Determinarono, in questo modo, una breve migrazione degli abitanti sopravvissuti ai saccheggi verso i rifugi rupestri presenti attorno alla suddetta fortificazione, dando inizio ad un nuovo insediamento urbano.
Verso l’anno 826, durante le campagne belliche degli islamici, in tutto il territorio meridionale dell'Italia si verificarono numerose e violente incursioni arabe che, inizialmente, erano destinate a depredare i villaggi e a catturare prigionieri da utilizzare come schiavi nei centri dell'impero islamico. In seguito, però, superata l'iniziale differenza religiosa e culturale con le popolazioni autoctone, gli invasori, attorno all'850, decisero di acquartierarsi in zone dominanti e strategiche, per meglio controllare gli scambi commerciali all'interno del territorio. Da esperti agricoltori e abili artigiani i saraceni riuscirono in breve tempo a intrecciare pacifici rapporti con gli abitanti locali e ciò determinò la trasformazione dei piccoli presidi militari arabi in veri e propri quartieri residenziali, ancora oggi denominate “Rabatane” (da Ribāṭ o Rabat o Rabhadi o Arabum che significa “tana” o “borgo”). Oggi in Basilicata, oltre a quella di Tursi, ne sopravvivono a Tricarico e a Pietrapertosa.
Sul finire del IX secolo i Bizantini riuscirono però a scacciare i dominatori islamici e allora il borgo prese il nome di “Tursikan”, da Turcico, uomo d'armi di origini bizantine, comandante della zona, che ampliò verso valle l'antico borgo saraceno, ma, infine, i Normanni battezzarono definitivamente il territorio come Tursi, quando, dopo l’anno Mille, arrivano in massa nel sud Italia. Nel corso del XV secolo gli ultimi cittadini di Anglona si spostarono a Tursi e l'antico villaggio lentamente scomparve. Nel 1552 il Sacro Romano Imperatore Germanico Carlo V d’Asburgo (1500-1558) assegnò all'ammiraglio e condottiero e ligure Andrea Doria (1466-1560) il Principato di Melfi. Alla morte di quest’ultimo il titolo passò al nipote, Gianandrea Doria (1539-1606). Successivamente, nel 1594, Carlo I Doria Del Carretto, figlio secondogenito di Gianandrea, ereditò il possedimento paterno, divenendo così il primo duca di Tursi.
Oggi Tursi, nel 2006 insignita del titolo di Città con decreto del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016) e nel cui territorio comunale ha sede la Comunità montana Basso Sinni, è divisa in rioni, ciascuno ben definito e con precise caratteristiche. Il più antico e caratteristico è il già citato rione “Rabatana” (Ravatène in dialetto locale) dove è possibile ammirare i resti del castello gotico, di cui sono arrivati intatti fino ai primi del Novecento solo i cunicoli sotterranei. Vi sorge anche la chiesa di Santa Maria Maggiore, eretta fra X e XI secolo. Avendo perso il suo aspetto originario a causa dei ripetuti interventi di restauro, oggi si presenta con una facciata quattrocentesca ed interni barocchi. Le tre navate con soffitto a cassettoni e transetto sono interamente decorate con affreschi, dipinti ed importanti arredi. Offre elementi pittorici che risalgono a diverse epoche e anche un presepe in pietra, costruito fra 1547 e 1550, dallo scultore Antonello Persio (1507-1593) artista originario del borgo di Montescaglioso, nel materano. Nel 1546 questa chiesa diventa Collegiata Insigne. La Rabatana di Tursi, completamente circondata in ogni lato da profondi e inaccessibili calanchi (‘jaramme’ nel dialetto locale), ancora oggi si raggiunge grazie ad una gradinata, ampia e ripida, chiamata “Petrizze” che conta, non a caso, lo stesso numero di scalini di Palazzo Doria-Tursi a Genova (oggi sede del comune del capoluogo ligure e Patrimonio Unesco dal 2006 insieme agli altri 41 Palazzi dei Rolli), edificata dal suddetto duca Carlo a sue spese al posto di un pericoloso viottolo. In cima alla stessa scalinata si trova il “Picciarello”, che offre interessanti scorci paesaggistici sul sottostante torrente Pescogrosso, così chiamato per gli enormi massi ritrovati lungo il suo corso e sfocia nel fiume Sinni.
Nel rione San Michele, che prende nome dall’omonima chiesa, eretta nel X secolo e originaria cattedrale fino al 1545, si può ancora visitare la casa natale del più illustre cittadino di Tursi: il poeta dialettale Albino Pierro (1916-1995), due volte candidato al Nobel per la letteratura e scomparso a Roma. La sua dimora, in corso Umberto I n. 4, chiamata affettuosamente “U Paazze” dallo stesso poeta, è composta da un seminterrato e da due piani superiori, da cui si gode una bella vista panoramica. Uno è adibito a biblioteca, in cui sono custodite la collezione personale e le opere del poeta, con la riproduzione dello studio della sua casa romana, oltre ad una consistente documentazione, mentre l’altro a pinacoteca, con una mostra permanente di dipinti di artisti contemporanei lucani come Nino Tricarico e Antonio Masini, ispirati dalle liriche pierriane. L’intera struttura è gestita dal Centro Studi Albino Pierro Onlus, fondato nel 2007, che ha sede nello stesso palazzo e che gestisce anche il Parco Letterario Albino Pierro.
In piazza del Plebiscito si affaccia invece la chiesa edificata nel 1661 in stile barocco e dedicata a San Filippo Neri (1515-1595), compatrono della città, che venne invocato come protettore di Tursi durante il Seicento mentre nella città imperversavano la peste e il colera. Divisa in tre navate, ciascuna decorata con pregiate opere del pittore napoletano Francesco Oliva (1807-1861), la chiesa dà il nome al rione che fino al secolo scorso veniva ritenuto il centro del paese, in quanto è qui che si trovavano gli uffici pubblici principali.
Oggi il vero cuore cittadino di Tursi è però un’altra piazza, costruita solo nel secondo dopoguerra e sulla quale si affacciano gli edifici pubblici più significativi, tra cui il municipio e la cattedrale che dà il nome allo stesso rione. Questa chiesa, dedicata a Maria Santissima Annunziata, venne costruita nel XV secolo partendo da quella che è ora la sua sagrestia. Numerosi sono stati gli interventi che ha subito nel corso degli anni, in particolare dopo la serie di incendi che nel 1988 la distrussero quasi interamente. Dell’aspetto originario rimane la pianta, a croce latina, e la suddivisione degli spazi, caratterizzati da colonne con arco a tutto sesto. La cattedrale è da sempre uno dei luoghi di culto a cui i locali si sentono maggiormente legati ed ancora oggi, la sera del 24 marzo, Tursi si illumina interamente con i falò accesi in onore della Vergine e della sua chiesa.
La perla più preziosa del territorio tursitano, dal 1931 dichiarata Monumento Nazionale, si si erge però imperiosa su una collina, a 263 m s.l.m., al di fuori del centro abitato di Tursi, esattamente a est dello stesso, a circa undici chilometri dal paese, dominando un vasto panorama che giunge verso Oriente fino alla piana di Metaponto, in una posizione molto suggestiva, a metà strada tra Tursi e Policoro. Si tratta del Santuario di Santa Maria Regina d’Anglona, dedicato alla Natività di Maria: fu proprio qui che nel 1110 venne trasferita la sede vescovile di rito greco e così la diocesi da allora prese il nome da questo toponimo. Venne eretto probabilmente fra XI e XII secolo, come ampliamento di un precedente e più antico edificio, corrispondente oggi alla cappella dell’oratorio. Il santuario si erge dove sorgeva la mitica città greca di Pandosia e rappresenta tutto ciò che resta dell’antica città di Anglona. Questo culto mariano risale intorno all’anno Mille e ha come sua origine il racconto di un pastorello che, mentre pascolava il suo gregge, venne avvicinato da una bellissima Signora, che lo pregò di recarsi a Tursi e di chiedere agli abitanti di andare a prenderla ed onorarla. La popolazione di questa città corse verso la sommità del colle e al posto della Signora, trovò una statua lignea raffigurante la Madonna col Bambino. Per ricordare quel miracoloso evento, venne costruito un capitello votivo e fu posta una croce in legno. Da allora la prodigiosa statua mariana viene portata in pellegrinaggio ogni ultima domenica di aprile, per un tratto di oltre 10 chilometri, dal santuario alla cattedrale di Tursi.
La struttura è interamente in tufo e travertino e presenta un ingresso, protetto da un pronao decorato con piccole formelle con bassorilievi. Molto affascinante è il portale originale, di matrice romanica, che introduce all’interno della chiesa, sormontato da un arco in tufo al di sopra del quale si possono ammirare bassorilievi raffiguranti l’Agnello e i quattro simboli degli Evangelisti, mentre ai lati si distinguono i Santi Apostoli Pietro e Paolo. All’interno la chiesa è a croce latina, divisa in tre navate da pilastri che sorreggono, a destra, archi a tutto sesto, mentre a sinistra, a sesto acuto. Pregevoli sono i dipinti che decorano le pareti interne rimandando ad episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento, mentre sui pilastri sono raffigurati alcuni santi. La navata centrale, invece, è abbellita dall’intero ciclo della Genesi, databile all’XI secolo, unico esempio di epoca normanna nell’Italia peninsulare. Significative anche le effigi di anacoreti e santi del calendario liturgico greco-bizantino, ancora visibili nei sottarchi di alcuni pilastri della navatella di destra, sebbene gran parte della decorazione interna sia però purtroppo andata perduta a causa di alcuni crolli nella parete nord. Nel 1543 con una bolla di papa Paolo III (1534-1549) l’originaria diocesi di Anglona cambiò nome assumendo quello di Anglona-Tursi, mentre più tardi, nel 1976 divenne diocesi di Lagonegro-Tursi e Anglona perse la sua importanza diventando solo una diocesi titolare. Nel 1999 il santuario è stato infine promosso a Pontificia Basilica Minore per opera di papa San Giovanni Paolo II (1978-2005).
La toponomastica e l’architettura non sono l’unica testimonianza di questa profonda e antichissima contaminazione araba in Basilicata: secondo quanto narra la leggenda, infatti, gli arabi portarono in dono agli abitanti del luogo, anche un agrume molto particolare. Si tratta delle arance, chiamate nel dialetto del posto “purtajall” (ancora oggi in lingua araba l’arancia viene identificata con la parola “burtuqāl” in riferimento ai navigatori portoghesi che nel XV secolo portarono in Europa la varietà di arancia dolce e questo termine, con qualche leggere variante, è passato anche in alcuni dialetti italiani e alcune lingue europee).
Questa varietà, conosciuta e apprezzata non solo in Basilicata ma in tutta Italia, è nota come Arancia Staccia, per la sua forma appiattita e schiacciata ai poli, che richiama un antico gioco simile a quello delle bocce al posto delle quali venivano adoperate pietre appiattite e levigate, chiamate appunto in lingua dialettale “stacce”. Molto diffusa fino agli anni ’50, rappresentava un rilevante valore economico per gli agricoltori della zona, ma è andata progressivamente scomparendo, a causa della progressiva immissione sul mercato di varietà precoci, le quali, maturando intorno al mese di novembre, presentano una maggiore resistenza alle gelate invernali rispetto a questa varietà, la cui maturazione si aggira, invece, attorno al mese di marzo. La caratteristica peculiare di questo antico frutto, oltre alla sua singolare forma, è sicuramente rappresentata dalle dimensioni: sebbene la pezzatura media si aggiri infatti intorno ai 300 grammi, un’unica arancia può arrivare spesso al sorprendente peso di un chilogrammo. La buccia di questo agrume è molto spessa e pertanto ideale per la produzione di canditi, mentre la polpa, che non presenta semi all’interno, offre un succo dal sapore particolarmente amarognolo. Questo antico agrume oggi si coltiva solo nel territorio dei comuni di Tursi e di Montalbano Jonico ma per ora è solo inserito nel paniere della Fondazione Slow Food, sebbene nel 2007 sia stato istituito un consorzio locale, per richiederne il riconoscimento a livello europeo e, in particolare, l’etichetta di prodotto DOP (Denominazione di Origine Protetta).
A Tursi è d’obbligo infine degustare una particolare varietà di zucca, chiamata la “zucca spaghetti”, prodotta e coltivata da una piccola azienda agricola del posto, la cui polpa, dopo la cottura, produce filamenti simili agli spaghetti.
Tursi e le sue eccellenze e peculiarità sono dunque un'altra piacevole scoperta di un territorio ricco di storia, arte e natura che merita di essere conosciuto ed esplorato.