TRIPPLUS_IL COMPIANTO SUL CRISTO MORTO_foto

Il Compianto sul Cristo Morto è un tema iconografico centrale dell'arte cristiana, raffigurante il dolore della Vergine e dei seguaci attorno al corpo di Gesù deposto dalla Croce. Diversi grandi maestri dell’arte italiana si sono cimentati con questo soggetto che differisce dalla cosiddetta Pietà, che mostra piuttosto una scena intima incentrata sulla Madonna che sorregge il corpo di Cristo, ponendosi invece come scena corale e drammatica che coinvolge più figure che piangono il defunto.

Se ci limitiamo alla sola scultura possiamo identificare alcune opere, di autori non notissimi, che hanno voluto proporre una loro personale versione del tema. Quella che trasmette l’impatto emotivo più forte, tanto da essere annoverata tra i capolavori del Rinascimento italiano, si può ammirare nel cosiddetto Quadrilatero, cuore del centro storico di Bologna. Si tratta di un gruppo fittile, oggi posizionato a lato della cappella a destra dell’altare maggiore della chiesa, in barocco bolognese, di Santa Maria della Vita, in via Clavature. Fu realizzato tra il 1463 e il 1494 da Niccolò dell'Arca, noto anche come Niccolò dall'Arca (1435 circa–1494), su commissione della Confraternita dei Battuti Bianchi, fondata due secoli prima e stanziatasi nella suddetta chiesa per assistere malati e bisognosi.

L’autore è stato un valente scultore italiano attivo nella città delle Torri, considerato tra i protagonisti della scultura dell'Italia settentrionale nel XV secolo. I contemporanei lo descrissero come persona bizzarra, selvatica e ostinata, dai modi rustici e dalla vita frugale (“fantasiosus erat et barbarus moribus”). La sua presenza, dal 1462 è documentata nella città felsinea, dove trascorse il resto della sua esistenza, morì e venne sepolto, precisamente nella chiesa di San Giovanni dei Celestini, e dove realizzò l’opera che gli ha dato fama immortale: la risistemazione dell'Arca di San Domenico, che gli valse appunto il soprannome con cui è tuttora noto.

Si tratta di un sontuoso monumento funebre, che custodisce le spoglie mortali di San Domenico di Guzman, nato in Spagna nel 1170 e scomparso a Bologna il 6 agosto 1221, situato oggi all’interno della cappella a lui dedicata nella basilica felsinea che sempre da lui prende nome. L'arca marmorea fu realizzata nel 1267 dal maestro pugliese Nicola detto Pisano (1210 circa–1287 circa) con l’ausilio di alcuni allievi, tra cui spicca il toscano Arnolfo di Cambio o Arnolfo di Lapo (1245 circa–1310 circa). Nei secoli successivi furono eseguite importanti aggiunte all'originaria arca medievale, tra cui quella più significativa fu appunto quella realizzata dal suddetto Niccolò dell’Arca, che eseguì la decorazione della cimasa (coperchio) sopra il sarcofago e l'angelo reggitorcia di sinistra (1469-1473). Alla fine dello stesso secolo anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti (1475-1564), appena diciannovenne, contribuì all’opera forgiando alcune piccole ma significative statue: quelle dei due santi patroni felsinei, Petronio e Procolo, e l'angelo reggicandelabro di destra (1494).

In Santa Maria della Vita il maestro Niccolò dell’Arca, noto anche come Niccolò d'Antonio d'Apulia o Niccolò da Bari, perché, nato probabilmente in Dalmazia, visse però, sin dalla tenera età in Puglia, come testimoniato dall’incisione, in elegante grafia capitale romana, “OPUS NICOLAI DE APULIA” vergata sul cuscino che regge la testa del Cristo, plasmò, non ancora trentenne, questo gruppo scultoreo. L’opera è concepita come una sacra rappresentazione, in cui viene messo in scena l’episodio intermedio tra la deposizione di Cristo dalla Croce e la sua sepoltura, utilizzando come fonte un vangelo apocrifo, falsamente attribuito a San Nicodemo, discepolo di Gesù, ma scritto, in greco, nel II secolo. L’immagine è ferma, sebbene le vesti di due figure femminili, aderenti ai corpi e mosse da un impeto drammatico, rivelino un dinamismo violento. I dolenti piangono coralmente il corpo di Cristo, disteso a terra su un feretro rettangolare. Le figure, tutte a grandezza naturale e originariamente in terracotta policroma, sono disposte a semicerchio intorno al corpo esanime del Salvatore. Con i loro differenti gesti e le loro diverse posture mettono lo spettatore di fronte alle diverse “espressioni del dolore” che, dalla compostezza attonita di San Giuseppe d’Arimatea, discepolo del Nazareno, in un drammatico crescendo, giungono all’iperbole assoluta del sentimento, espressa nella figura di Santa Maria Maddalena.

Ammirando la scena il primo personaggio che si scorge, partendo da sinistra, è San Nicodemo, in abiti rinascimentali, unico dei personaggi in ginocchio e unico che guarda verso l'osservatore. Segue una donna identificabile con Maria Salome, moglie di Zebedeo e madre dei Santi Apostoli Giacomo il Maggiore, primo tra i fedelissimi di Gesù a subire il martirio, e Giovanni l’Evangelista, colta con le mani salde sulle ginocchia in un momento di strazio dilaniante. Immancabile la presenza della Madonna che, ammantata e distrutta dal grande dolore, stringe le mani intrecciando con forza le dita. Al suo fianco, come sotto il patibolo, l’Apostolo Giovanni, l’unico che riesce, faticosamente, a mantenere una composta commozione. Troviamo inoltre Maria, consorte di Cleofa o Alfeo, fratello di San Giuseppe, e madre, in particolare, del Santo Apostolo Giacomo il Minore (5 circa–62 d.C.), da alcune fonti identificato con Giacomo “il Giusto”, parente di Gesù e primo vescovo di Gerusalemme.

Come già accennato, non si conosce l'anno esatto di realizzazione dell'opera e neppure l'esatta originaria collocazione delle statue. Il gruppo venne ospitato a lungo nella Pinacoteca Nazionale di Bologna e dagli anni Novanta del secolo scorso è tornata nella sua collocazione originale nella suddetta chiesa bolognese, prima in una saletta dell'ex-convento e poi nell’attuale collocazione. Questo capolavoro ha, però, nel corso dei secoli, affascinato molti studiosi e intellettuali, tra cui spicca un giovane Gabriele D’Annunzio (1863-1938), che lo ammirò per la prima volta nel 1906 e ne fu talmente suggestionato da coniare nella sua opera “Le Faville del Maglio” (1924) l’espressione “urlo pietrificato” che rappresenta tuttora la modalità più intensa e significativa per descriverne l’esasperato realismo e la straordinaria drammaticità compositiva.