TRIPPLUS_IL NOBILE PITTORE FRANCESE CHARLES DE COUBERTIN_foto

Il nome Charles Louis de Frédy, barone de Coubertin, nato a Parigi tra il 22 e il 23 aprile 1822 nell'antico X arrondissement, unico figlio di Julien Bonaventure Frédy (1788-1871) e Caroline Centurion de Pardieu (1797-1887), suona familiare.

Il 16 marzo 1846 Charles Louis sposò Agathe Marie Marcelle Gigault de Crisenoy (1823-1907), erede del castello di Mirville, in Normandia. La coppia, profondamente cattolica, ebbe quattro figli: all’ultimo diedero, come secondo nome di battesimo, oltre a quello stesso del padre, Pierre (1863-1937). Si tratta proprio di lui: Charles Pierre de Frédy, barone de Coubertin, il fautore della rinascita in epoca moderna dei Giochi Olimpici, che si tennero per la prima volta, per sua iniziativa, nel 1896 ad Atene, capitale della Grecia, dove ebbero origine nell’antichità.

In verità secondo la tradizione familiare i de Frédy arrivarono nei primi anni del XV secolo in Francia, dove nel 1577 gli venne concesso il titolo nobiliare, provenendo dall'Italia, come tradisce il cognome, sebbene col tempo abbia subito una lieve alterazione fonetica e grafica. Questo casato sosteneva, infatti, di discendere dal romano Felice de Fredis, proprietario di una vigna, nei pressi della Cisterna delle Sette Sale, parte delle Terme costruite dall’imperatore Traiano, sul colle Oppio, nella zona nota come “Le Capocce”: un toponimo quanto mai azzeccato, visto che ogni tanto da quei campi affioravano delle antiche teste in marmo (“capocce” per dirla alla romana). Proprio qui, mercoledì 14 gennaio 1506, il suddetto De Fredis, durante i lavori per gettare le fondamenta del casino rustico all’interno della sua vigna, in modo del tutto casuale ed inaspettato, precipitando in una buca a tre metri di profondità, fece una scoperta molto significativa: i sette frammenti marmorei del gruppo del Laocoonte. Papa Giulio II (1503-1513), concedendo a De Fredis l’esenzione del dazio doganale a Porta Asinaria (l’attuale Porta San Giovanni), acquistò questo capolavoro scultoreo e lo collocò nell’allora Cortile della Statue (oggi Cortile Ottagono) del Palazzo del Belvedere, sua residenza, costituendo così il primo originario nucleo delle collezioni dei Musei Vaticani.

Per Charles Louis, che aveva ricevuto un’educazione classica e una formazione secondo i canoni della tradizione, era dunque motivo di grande orgoglio vantare tale avo che tuttora merita una legittima fama, tanto che ancora ne conosciamo la sepoltura. La sua morte, avvenuta nel 1519, fu seguita, dieci anni dopo, da quella del figlio Federico, da lui amatissimo ma scomparso troppo giovane, senza che il padre potesse salvarlo da un tragico destino, esattamente come accadde al sacerdote troiano Laocoonte e ai suoi figli. Quando Felice morì all’improvviso, il suo corpo fu deposto all’interno della chiesa di Santa Maria in via Lata, nella tomba dello zio Stefano Infessura (1435 circa-1500 circa), noto giurista, umanista e cronista romano (fu anche podestà a Orte nel 1478). Nel 1529 i resti mortali del De Fredis vennero però trasferiti, in seguito alla prematura morte del figlio, nella più prestigiosa chiesa di Santa Maria in Ara Coeli, nella quale ancora si può vedere murata la lapide funebre che li ricorda insieme, uniti per sempre. L’epitaffio, in latino, voluto dalla consorte Giovanna Branca e murato sulla parete della navata laterale sinistra, all'angolo con il transetto, è ancora perfettamente leggibile.

Charles Louis fu subito affascinato dall’arte e studiò pittura presso l’atelier del pittore parigino François-Édouard Picot (1786-1868), figlio di Augustin André Picot (1756-1822), sarto ufficiale di Napoleone Bonaparte (1769-1821). Il Picot, artista affermato e noto a Parigi, amava dipingere episodi tratti dalla storia ma anche tematiche religiose e volle infondere ai suoi allievi l’amore per Roma e per i fasti della classicità, la cui memoria si è perpetuata nella grandezza della Chiesa e nella magnificenza del papato e della sua corte.

Charles Louis, che amava viaggiare, venne spesso in Italia e soggiornò diverse volte a Roma che, come già evidenziato, esercitava su di lui una grande attrazione. Assistette più volte alle solenni cerimonie pontificie e, come cattolico di profonda fede, ne rimase particolarmente affascinato e coinvolto tanto che volle documentare ed immortalare col suo pennello un evento papale di allora. L’opera in questione, firmata e datata, fu intitolata dallo stesso autore Le Cortège Pontifical (“Il Corteo Pontificio”): venne realizzata nel 1859, durante una processione della corte del pontefice allora in carica, Pio IX (1846-1878), oggi Beato, l’ultimo Papa Re, che era anche un umile e semplice terziario francescano. Si tratta di un trittico (richiamo all’aulica arte medioevale) dipinto ad olio su tavola, contornato da una cornice lignea dorata. L’opera, di soggetto storico-religioso, non nuovo nell’Ottocento, probabilmente non fu terminata dall’autore e fu donata dalla sua famiglia al Vaticano dopo la sua scomparsa. Sottoposta in seguito a diversi movimenti e collocazioni e ad un minuzioso intervento di restauro, dal 15 febbraio dell’Anno Santo 2000, fa parte delle Raccolte e Collezioni Storiche dei Musei Vaticani ed è tuttora conservata nel Palazzo Apostolico Lateranense. Il trittico è corredato da una cartella, oltre a tre tele di piccolo formato, trentacinque fogli con disegni e acquerelli, che costituiscono degli studi preparatori. Di questi fogli, che testimoniano la meticolosità del pittore e la sua familiarità con diverse tecniche pittoriche, solo venticinque si riferiscono all’opera suddetta mentre i restanti riguardano vari dipinti dell’artista.

Il Corteo Pontificio si articola su cinque registri orizzontali: tre costituiti dal comparto centrale e due dalle ante laterali esterne. L’autore ha documentato, con estrema precisione, il rigido protocollo pontificio, concentrandosi sulle vesti, sui volti e sugli atteggiamenti dei singoli ufficiali e scegliendo come sfondo un finto mosaico aureo, che rimanda alla luce infinita e alla regalità di Dio ma che produce uno scenario ideale e ne accresce il valore estetico in chiave religiosa. In testa al corteo si nota il Cerimoniere Pontificio che, sollevando il braccio e la mano destra, avvia la processione presieduta dal pontefice, la cui figura costituisce il fulcro del dipinto: è raffigurato, infatti, nello scomparto centrale del trittico in posizione intermedia ed elevata rispetto al corteo, in quanto assiso sulla sedia gestatoria. Pio IX, avvolto in solenni e sgargianti paramenti pontificali, è colto nell’atto di benedire con la mano destra ed indossa la tiara sul capo, protetto dal baldacchino processionale e affiancato da due flabelli, in prezioso piumaggio, utilizzati per tenere gli insetti lontani, il cui uso fu in seguito interrotto per volontà di papa Paolo VI (1963-1978), oggi Santo. Questo pontefice ha riformato anche la Corte Pontificia (rinominata “Casa Pontificia”), abolendo numerosi titoli onorifici e cariche nobiliari oltre a cerimoniali di stampo medievale con lo scopo di snellire la burocrazia vaticana.

Alla maestria di Charles Louis dobbiamo, pertanto, un attestato prezioso di raro valore storico perché ci documenta una scena in cui lo stesso autore ha voluto identificare ad uno ad uno tutti i membri della corte pontificia di allora, tra cui alcuni cardinali, riconoscibili dalle mitrie bianche che svettano sopra le loro teste. Il nobile pittore francese, nonostante il suo talento e la sua passione, scomparve nella natia Parigi il 28 ottobre 1908, dimenticato dai critici e dagli storici dell’arte lasciandoci, nell’epoca in cui la fotografia era ancora agli albori, la sua istantanea “pittorica”: un’altra perla, poco nota, custodita nella Città Eterna.