TRIPPLUS_LA FONTANA DEI LIBRI_foto

La Fontana dei Libri è l'ultima delle cosiddette “fontane rionali” dell’Urbe, progettate e realizzate a partire dal 1927 su incarico dell'Ufficio delle Antichità e Belle Arti, durante il periodo fascista, dall'architetto romano Pietro Lombardi (1894-1984). Nel 1925 a questo insigne maestro, un tempo alunno e poi docente presso l'Accademia di Belle Arti di Roma ma anche stretto collaboratore dei tre principali architetti del regime, Armando Brasini (1879-1965), Pio Piacentini (1846-1928) e il figlio di quest’ultimo, Marcello (1881-1960), il Governatorato di Roma affidò, infatti, l'incarico di costruire «dieci fontanine artistiche nei vari Rioni della Città, in sostituzione delle antiestetiche fontanelle in ghisa», con lo scopo di creare dei simboli urbani a ricordo anche dei mestieri scomparsi.

La fontana, inaugurata solo nel 1931, è collocata sull’attuale via degli Staderari, toponimo che ricorda gli artigiani che, nei secoli scorsi, avevano in questa zona le loro botteghe dove fabbricavano stadere e bilance. Questo odonimo era in precedenza attribuito alla via parallela che fu soppressa, a causa dell’ampliamento dell’adiacente Palazzo Madama, attuale sede del Senato della Repubblica. L’originaria denominazione dell’attuale via degli Staderari era infatti via dell’Università. La fontana è infatti addossata sul fianco di un altro storico ed imponente palazzo, che fu originaria sede dell’Università “La Sapienza” (Studium Urbis), primo ateneo a Roma e tra i più antichi d’Italia, fondato nel 1303 da papa Bonifacio VIII (1294-1303) con la bolla “In Supremae praeminentia Dignitatis” ma attualmente ospita l’Archivio di Stato. Nella fontana sono infatti raffigurati quattro grandi libri antichi, collocati su due mensole laterali, che danno nome alla stessa fonte e che rimandano alla suddetta istituzione accademica. Da due cannelle a forma di segnalibri e dai due tomi superiori, a simboleggiare il sapere che fluisce senza sosta dai grandi libri, sgorga l’Acqua Paola, che prende nome da Paolo V (1605-1621), il papa che ripristinò un antico acquedotto eretto dall’imperatore Traiano (53-117) alla fine del I secolo.

Tra questi volumi è scolpita la testa di un cervo, con il suo palco di corna al cui interno è incisa una scritta, in lettere maiuscole: “S. EVSTACCHIO-R IV”. Si tratta, rispettivamente, dell’emblema e del nome del rione che rimanda a quello dell’omonima chiesa, dedicata appunto al martire cristiano Eustachio, e che sorge a pochi metri dalla fontana. Fu proprio in questo edificio sacro che papa Eugenio IV (1431-1447) volle ritrasferire la sede del sopracitato ateneo romano nel 1433, dopo un temporaneo trasferimento nel rione Trastevere a partire dal 1376. L’iscrizione, però, presenta due imprecisioni, di cui una evidente: vi è stata incisa una “C” di troppo o forse il nome è stato volutamente storpiato seguendo la tendenza del dialetto romanesco di raddoppiare le consonanti sonore. La suddetta erronea iscrizione reca anche la numerazione dello stesso rione, espressa in caratteri romani, ma anche questa palesa un’altra inaspettata inesattezza: confrontandola con la vicina targa marmorea viaria ufficiale della via, indicante il numero che identifica il rione, risulta che Sant’Eustachio è in realtà classificato con “VIII” e non “IV”, come erroneamente scolpito dal lapicida.

La storia di Eustachio è molto affascinante e commovente. Secondo la Legenda Aurea (raccolta medievale di biografie agiografiche composta in latino da Jacopo da Varazze o da Varagine, frate domenicano e vescovo di Genova, a partire circa dall'anno 1260 fino alla morte dell'autore, avvenuta nel 1298) in origine Eustachio era un ricco e vittorioso generale pagano, di nome Placido e, per sua natura, era una persona spinta a fare grandi beneficenze. La leggenda racconta che un giorno (100-101 circa) andando a caccia tra i monti Prenestini inseguì un cervo di rara bellezza e grandezza. Questo si fermò di fronte ad un burrone e si volse a lui mostrando tra le corna una croce luminosa sormontata dalla figura di Gesù che gli diceva: «Placido, perché mi perseguiti? Io sono Gesù che tu onori senza sapere». Il cervo fu rappresentato assai presto nell'iconografia cristiana quale simbolo di Cristo che combatte il demonio, rappresentato dal serpente, a seguito della credenza, alimentata da molti scrittori dell'antichità, che il cervo fosse un avversario implacabile del serpente, cui darebbe la caccia stanandolo ed uccidendolo. Per ricordare il luogo dell'apparizione di Gesù a Placido fu eretta una cappella, sulla sommità della rupe. Nel IV secolo l'imperatore Costantino inviò nel luogo della miracolosa apparizione, noto come “Mentorella”, nel territorio di Poli, il papa San Silvestro I (285-335) a consacrare la chiesa in onore del santo martire. Dopo essersi ripreso dallo spavento, Placido rientrò a casa e narrò tutto alla moglie, la quale gli riferì di aver avuto quella notte una visione nella quale uno sconosciuto le preannunciava che l'indomani ella si sarebbe recata da lui con il marito. Placido, la moglie e i due figli si recarono l'indomani dal vescovo, si convertirono e si fecero battezzare. Placido ricevette il nome di Eustachio (dal greco Eustáchios, cioè "che dà buone spighe"), la moglie quello di Teopista (dai termini greci théos e pístos, cioè "credente in Dio"), ed i figli, uno Teopisto e l'altro Agapi(t)o (dal greco Agápios, cioè "colui che vive di carità").

La Fontana dei Libri è inoltre sormontata dalla scritta SPQR (Senatus PopulusQue Romanus), che ne attesta la committenza da parte dell’amministrazione capitolina, e da cinque bisanti o palle. Si tratta del simbolo araldico presente nello stemma della famiglia Medici, che all’inizio del XVI secolo acquistarono Palazzo Madama, prospicente alla stessa fonte d’acqua. Nel 1534 questo edificio, ora sede del Senato della Repubblica, venne ereditato da Alessandro de' Medici, detto il Moro (1510–1537), pronipote di Lorenzo il Magnifico (1449-1492) e fratellastro della regina di Francia Caterina de' Medici (1519-1589), che fu signore di Firenze. Nel 1537 venne però assassinato dal cugino Lorenzo o Lorenzino di Pierfrancesco de' Medici, detto anche Lorenzaccio (1514–1548), e da un suo sicario. Il suddetto palazzo venne pertanto assegnato in usufrutto alla moglie Margherita d'Austria o di Parma (1522–1586), figlia naturale dell'imperatore Carlo V d'Asburgo (1500–1558) e della sua amante Giovanna Maria van der Gheynst (1500-1541). La giovane vedova, che scelse il palazzo come sua residenza, era soprannominata “la Madama” e questo appellativo è passato allo stesso edificio, al cui interno, negli anni successivi, furono installati anche gli uffici del tribunale e la sede della polizia. Da questa destinazione trae origine il termine dialettale "la madama", talvolta usato a Roma ancora oggi per definire le forze dell'ordine.

Una semplice fontana è pertanto testimone di una storia che si dipana lungo i secoli e che ancora oggi fa di Roma un incredibile scrigno di arte e di bellezza.