Il 28 novembre 1680 il Cavalier Gian Lorenzo Bernini, quasi alla soglia degli 82 anni (era nato a Napoli il 7 dicembre 1598) si spegneva nella sua ultima dimora romana, in seguito demolita, a via della Mercede. Ultimamente la sua salute si era aggravata a causa di una paralisi al braccio destro ma il maestro visse la sua infermità in maniera ironica e giocosa, riconoscendo che era giusto che la sua mano destra si riposasse dopo tanto e duro lavoro.
Per suo volere testamentario venne tumulato nella basilica di Santa Maria Maggiore e precisamente nella sepoltura terragna di famiglia, ricavata sotto i gradoni laterali a destra dell’altare maggiore, voluta dal padre Pietro. Questi, anche lui insigne artista (toscano di Sesto Fiorentino e figlio a sua volta del ciabattino Lorenzo, stesso nome che volle dare al suo primogenito) aveva vissuto nei pressi della basilica mariana in una casa dove lo stesso Gian Lorenzo abitò e vi scolpì i suoi primi capolavori: il Ratto di Proserpina, il David e l’Apollo e Dafne (tutti oggi conservati alla Galleria Borghese).
“Gian Lorenzo Bernini, gloria delle arti e di Roma, qui riposa umilmente. La nobile famiglia Bernini qui attende la Resurrezione”. Così recita l’antitetica epigrafe funeraria incisa sulla sua lastra tombale: sembra dunque davvero incredibile che un uomo di tale grandezza, sebbene di umili origini ma in seguito meritatosi, grazie al suo notevole talento artistico, non solo gloria e onore ma persino un titolo nobiliare, abbia voluto farsi tumulare in una umilissima, quasi nascosta, tomba e che l’autore di tanti monumentali e artisticamente scenografici sepolcri abbia scelto per la sua sepoltura una modestissima lapide.
Negli ultimi anni della sua vita Gian Lorenzo, che era profondamente credente, si dedicò sempre più alla sua dimensione spirituale nutrendo un profondo interesse riguardo alla necessità della salvezza dell'anima dopo la morte corporale. Divenne così un assiduo frequentatore della chiesa del Gesù e dei circoli ivi gravitanti ove la preparazione alla “buona morte” per un cattolico era oggetto di meditazione e preghiera e avvertì sempre più stringente la necessità di un confronto personale e sincero con il Mistero cui, nell’ultima fase della sua vita, cercò di andare incontro non solo intensificando le pratiche devozionali e caritatevoli ma anche attraverso la sua produzione artistica. La consapevolezza di voler affrontare il momento estremo dell’esistenza terrena in modo adeguato traspare infatti dai suoi ultimi capolavori e, soprattutto, dal busto del Salvator Mundi che Gian Lorenzo scolpì per sé stesso: si tratta dell'ultima scultura eseguita di sua mano nel 1679, quando l'artista aveva ormai ottant'anni e di fatto considerata il suo testamento artistico.
Questo mirabile busto marmoreo, di cui non si aveva più notizia sin dalla fine del XVII secolo, fu "riscoperto" nel 2001 da Francesco Petrucci, forse il più grande studioso vivente dell'opera del grande maestro, la cui attribuzione è stata largamente condivisa dalla pressoché totalità degli storici dell'arte, e attualmente è conservato nella basilica romana di San Sebastiano fuori le mura. Secondo lo storico dell'arte fiorentino Tomaso Montanari, uno dei maggiori studiosi del Bernini, non sarebbe questa versione opera del maestro ma quella, raffigurante lo stesso soggetto, sempre a lui stesso attribuita e ora conservata nel Chrysler Museum di Norfolk, in Virginia (USA). Studi aggiornati ipotizzano inoltre che il Salvator Mundi non fosse destinato alla devozione personale dell’artista, come per lungo tempo si era creduto, e neppure concepito quale dono alla regina Cristina di Svezia, cara amica dello scultore, la quale, dopo la sua conversione al Cattolicesimo, si era trasferita a Roma, nel cuore della Cristianità, abbandonando la terra natìa e rinunciando persino al trono regale, ma che piuttosto fosse strettamente correlato alla volontà, rimasta incompiuta, di papa Innocenzo XI, di trasformare il Palazzo del Laterano in ospizio per i poveri romani. La basilica lateranense e il suo tradizionale legame con il Salvatore avrebbero, dunque, guidato l’artista nell’esecuzione della scultura prescelta quale emblema di un luogo deputato alla carità.
In ogni caso questa monumentale effigie del Salvatore ha un fascino davvero ammaliante perché è frutto di un perfetto connubio tra la perfezione artistica e la profonda fede di un uomo che, vissuto nel cuore pulsante della mondanità romana, sente, alla fine, il bisogno di meditare sulla verità ultima del suo destino dando plasticamente forma, attraverso il suo genio artistico, a quella Persona che si accingeva a incontrare dopo il suo trapasso e il cui volto divino è biblicamente archetipo della bellezza umana.
Noi che viviamo immersi nella mondanità e nel benessere, a volte eccessivo, riceviamo così da Gian Lorenzo Bernini, maestro d’arte e di vita, un grande insegnamento, umano, morale e spirituale, su come affrontare la morte in questo mese in cui commemoriamo i nostri cari che ci hanno preceduto nel cammino della vita verso la santità.